Il borgo di Monticchiello
Monticchiello, invece, pochi sanno dove sia. Non preoccupatevi: non lo sapeva neanche Carlo V d’Asburgo.
Lo sapeva, e anche benissimo, il figlio di Giovanni dalle Bande Nere, Cosimo dé Medici, signore di Firenze e futuro Granduca di Toscana. Quel maledetto paesino tra Penza e Montepulciano continuava a giurare fedeltà alla Repubblica di Siena. Laddove il Senese sfumava negli orizzonti del Sodoma e di Luca Signorelli verso il verde di Orvieto e di Bolsena si consumava uno degli ultimi impeti di libertà italiani prima della lunga dominazione straniera della fine del Cinquecento, del Seicento, del Settecento e della prima metà dell’Ottocento.
La battaglia di Monticchiello fa parte della coda delle “Guerre horrende d’Italia”, come le chiamava Machiavelli, cominciate con l’”allegra cavalcata” di Carlo VIII di Francia. Ai transalpini erano subentrati ben presto gli Spagnoli col benestare delle maggiori famiglie italiane dell’epoca tra cui i Medici.
Il Cinquecento è il secolo che mette in fuga gl’ultimi fantasmi del Medioevo e spalanca le porte a un tempo nuovo, ad un mondo più grande e infinitamente meno romantico. Gli Italiani sono all’incirca undici milioni e Napoli conta quasi duecentomila abitanti, più di Londra. Carlo V ne è il dominatore assoluto perché è un Asburgo e il suo impero abbraccia quasi tutto il mondo occidentale compresa la nuova America. Il suo potere non ha eguali. Ma nonostante ciò i Monticchiellesi non vogliono accettarlo. Gente semplice, coltiva frumento e produce olio. Sono un migliaio, non di più.
Era il febbraio del 1553 (per il calendario senese ancora 1552, perché gli anni cominciano il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione del Signore). Era inverno, duro come la Repubblica di Siena. All’orizzonte, l’Amiata e il corno di Radiocofani con la vecchia rocca di Ghino di Tacco. Sulla destra, a qualche tiro di moschetto, la Pienza del Piccolomini, nobile e indolente, con i suoi profili disegnati dal freddo gelido.
Siena era alleata dell’imperatore Carlo, ma poi era passata ai Francesi e aveva buttato fuori i soldati spagnoli di don Diego di Mendoza che vi stazionavano dal 1547. La ragione era semplice e come al solito (per l’Italia) da ricercare nelle radici campaniliste: Firenze parteggiava per gli Spagnoli, Siena doveva stare con i Francesi. Se Siena fosse stata libera di scegliere, avrebbe scelto di rimanere libera: ma non si poteva.
Dunque, una rivolta popolare aveva scacciato gli Iberici dalla città. Carlo non digeriva naturalmente l’affronto. Non c’era bisogno che Cosimo dé Medici gli dicesse che quella resistenza andava spianata. Il grande imperatore ordinò al vicerè di Napoli, don Pedro di Toledo di marciare su Siena.
Dunque, sbarcato a Livorno con duemila fanti spagnoli e alcune centinaia di cavalieri napoletani, Pedro di Toledo si recò a Firenze per concordare l’attacco con Cosimo (di cui era suocero). Solo che lì trovò la morte, stroncato (pare) da eccessi d’amore. Le malelingue fiorentine, particolarmente ciarliere anche all’epoca, lo avevano captato dall’avvenenza della giovane vedova.
Il comando passò al figlio, don Garcia, e soprattutto a un condottiero dei più avveduti dell’epoca, Alessandro Vitelli, marchese di Cetona, che portava in dote cavalleria e ottomila fanti. Un bell’esercito, composto da dodicimila soldati, artiglierie, carriaggi, prostitute, marciva spedito su Montalcino, primo baluardo sulla strada per Siena.
Caddero come birilli i borghi senesi, le fortezze e i castelli. Dopo la solita carneficina di innocenti, Vitelli arrivò sotto le mura di Monticchiello. Un tamburino spagnolo andò sotto le mura a chieder la resa, ma si sentì rispondere “che se voleva la terra se la pigliasse, perché vedeva dove l’era”. Il paesino aveva deciso di resistere.
Gli Spagnoli si buttarono subito all’assalto, ma vennero accolti dalle archibugiate dei Monticchiellesi. Era chiaro che quei popolani facevano sul serio. Cominciava l’assedio.
Siccome l’inverno non accennava ad allentare la sua morsa, su quella campagna calò la neve e una tale gelata che don Garcia fu costretto a far riparare i suoi a Pienza e Montefollonico. A guardia dei cannoni dell’assedio restarono pochi soldati.
Dentro le mura cittadini c’erano tre compagnie di soldati comandate da tre uomini formidabili: Clemente da Trivinano, Giovan Battista Castelli (bolognese) e Adriano Baglioni (perugino). Il comando della rocca era affidato a Deifebo Zuccantini detto Abbruciato. La leggenda più nota (fiorita durante l’assedio) narrava che una ragazza, Maria Mangiavacchi, avrebbe sventato una prima irruzione di Spagnoli nel borgo facendo lo stesso gesto che portò gloria a Pietro Micca un paio di secoli dopo.
In realtà l’irruzione ci fu, ma venne sventata dalle milizie della cittadina perché meglio preparate e meglio disciplinate di quelle truppe spagnole con pochissima esperienza e male comandate da due capi che si odiavano.
Serviva quindi preparare meglio l’attacco. Gli Iberici lo fecero cannoneggiando i tetti del borgo e le mura, causando ingenti danni e consentendo agli attaccanti di tentare un buon assalto. L’11 marzo le truppe spagnole, in gran parte italiane comandate da Ascanio della Cornia, cominciarono a salire sulle mura al grido di “Impero! Impero!”. I Monticchiellesi risposero con “Lupa! Lupa!”. Gli assalitori, scalato il bastione, arrivarono quasi sulla sommità del muraglione, ma vennero accolti da grosse travi che ne schiacciarono la metà. I rimanenti vennero crivellati dagli archibugi. Subito dopo questo primo massacro, i Montichiellesi uscirono a rotta di collo facendo irruzione nell’accampamento nemico. Altra carneficina di Spagnoli.
Carlo V
Don Garcia e il Vitelli rimasero di stucco. Ma più tutti rimase di stucco Cosimo dè Medici che scrisse a don Garcia di distruggere quei quattro pidocchi e che, “espugnato il luogo, sarà bene farne la dimostrazione che conviene, per dare esempio agl’altri”. Cioè ammazzare tutti, ma proprio tutti, i Montichiellesi.
Don Garcia prese male quella lettera. Considerava Cosimo un sottoposto visto che era lui il comandante della missione, l’uomo di fiducia di Carlo V. Sapeva benissimo il da farsi e doveva dimostrare di non essere così inetto da farsi battere da quei paesani.
Schierò quindi l’esercito a semicerchio intorno alle mura. Voleva far mostra della mercanzia militare di cui disponeva. Picchieri, fanti, cavalieri ma soprattutto i più temuti: i lanzichenecchi. Gran giocatori, gran bevitori, gran rissaioli, ma anche formidabili soldati. Luterani sino al midollo in quanto Tedeschi, portavano sempre una corda al collo per impiccare il papa, casomai l’avessero incontrato. Sapevano maneggiare tutte le armi: picche, balestre, archibugi, spadoni, lame corte. Se fuori dal campo erano una mandria di bufali impazzati, sul campo avevano una disciplina ferrea.
Bene, nonostante la vista di quell’esercito i Montichiellesi non ne vollero sapere di arrendersi.
Il 17 marzo, alle due del pomeriggio, gli Spagnoli cominciarono il cannoneggiamento. Una grandinata di ferro che durò tredici ore portò all’apertura di uno squarcio nelle mura (visibile ancora oggi). I fanti partirono all’assalto ma vennero accolti dalle raffiche delle loro polveri da sparo e delle pietre di cui Montichiello era straricca. Gli assediati usarono di tutto: martelli, badili, catene, coltelli da cucina; sostennero tre assalti uno più furioso dell’altro.
Gli Spagnoli capirono che non ce n’era. Si fermarono per contare i morti. Don Garcia capì che per prendere quella roccaforte doveva dare loro ciò che volevano, dunque offerse ai Montichiellesi delle condizioni di resa favorevolissime. Alla gente del borgo non venne torto un capello. Montichello aveva vinto il “suo” assedio”.
Usciti con le ossa rotte, gli Spagnoli si avventarono su Montalcino, ma fecero la medesima fine. La Repubblica di Siena era salva e aveva battuto il gigante Carlo V.
La vittoria sarà di poca durata visto che due anni dopo Siena cadeva dopo un lungo e ferocissimo assedio. Ma l’Italia che voleva ancora essere libera dallo straniero aveva combattuto e aveva sconfitto l’invasore. Purtroppo per i tre secoli successivi questo non accadrà mai più: né di combattere né tantomeno di sconfiggere l’invasore.

















