Gaetano Bresci
Gaetano Bresci

Un gesto solitario di un pazzo? No, Bresci fu solo l’esecutore materiale di quel delitto. La realtà dell’assassino romantico spinto solo dai suoi ideali non regge più da molto tempo. E’il momento di ricostruire davvero come andarono le cose.

GAETANO BRESCI

Nato a Coiano di Prato nel 1869, la sua famiglia era abbastanza agiata, o almeno lo era diventata. I genitori erano entrambi contadini, ma avevano tirato su una discreta ricchezza. Sì, perché un figlio entrò nell’Esercito Italiano, una figlia aprì un ombrellificio e lo stesso Gaetano poté permettersi di partire per gli Stati Uniti come decoratore di seta specializzato, frutto del suo tirocinio presso una piccola azienda di filatura.
Nell’America di allora si faceva presto a far carriera. Trasferitosi nel 1898 a Paterson, nel New Jersey, venne assunto in un’industria tessile con un ottimo stipendio e tanto tempo libero, che impiegò nel modo a lui più congeniale, cioè in politica. A vent’anni era già un leader politico nel suo paesello toscano: organizzava scioperi, manifestazioni, proteste. A dire il vero, in America decise di andarci più per una ragione molto prosaica: aveva messo incinta una ragazza di Ponte dell’Ania e l’unico modo per sfuggire dalle sue responsabilità era metterci un oceano in mezzo.
A Paterson entrò subito in contatto con altri migranti italiani, sempre operai tessili del centro-nord (in particolare di Prato, Como, Biella e Vercelli). Le loro idee erano anche le sue: quelle anarchiche. Frequentava quotidianamente i convegni del suo clan nei quali si parlava apertamente del re cattivo, cioè Umberto I, delle libertà negate in Italia e delle pessime condizioni del proletariato italiano. La conclusione cui giungevano questi anarchici era una sola: fare attentati per minare il “sistema”. Non dimentichiamo che nel 1898 le cannonate di Bava Beccaris avevano lasciato sul suolo di Milano più di ottanta morti innocenti.
Nel corso di varie manifestazioni, in America, questi anarchici non si facevano alcun problema di mostrare disegni e striscioni che raffiguravano il re impiccato, così come lo stesso Bava Beccaris. In una delle riunioni più infuocate del gruppo di Bresci una ragazza particolarmente focosa, Ernestina Crivello, di professione filandina, annunciò di offrirsi carnalmente a colui che avesse vendicato le vittime della strage di Milano.
Questo era l’ambiente in cui cresceva l’odio di Gaetano Bresci. Il quale, contrariamente a quanto si può pensare, non era affatto un “pazzo”. Amava la bella vita, le belle donne, vestiva da dandy. Era certamente infuocato dagli ideali, ma anche molto concretamente legato alla vita. Non aveva, quindi, la stoffa del martire designato.

IL PROGETTO

Umberto I, nei mesi successivi alla strage di Bava Beccaris, era sfuggito a due attentati, compiuti da Passanante e Acciarito. Entrambi avevano agito impugnando il pugnale. Proprio questa arma era stata criticata nelle riunioni anarchiche cui partecipava Bresci. Il capo del gruppo, Giuseppe Ciancabilla, lo diceva apertamente: “Il moderno revolver è assai più sicuro del romantico pugnale”. Bresci se ne convinse e andò ad acquistare un Massachusetts calibro 38 a cinque colpi, pagandolo sette dollari. Subito cominciò ad esercitarsi nel tiro sviluppando un’ottima mira.
Secondo la confessione dello stesso Bresci, egli covò per due anni il desiderio di uccidere il re. Si preparò in silenzio finchè nel febbraio del 1900 annunciò alla sua compagna Sophie Knieland la sua intenzione di tornare in Italia approfittando dei forti sconti concessi ai visitatori dell’Esposizione internazionale di Parigi: a lei non disse nulla del progetto delittuoso, né lei sospettò nulla. Il giorno seguente, Bresci si dimise dal circolo anarchico di Paterson. Pretese addirittura la restituzione di 10 dollari che aveva versato come quota azionaria del giornale Era Nuova, la rivista del circolo. Insomma, si comportò da rinnegato.
Il 17 maggio si imbarcò sul piroscafo francese Guascogne che partì da New York con un buon carico di Italiani vogliosi di ritornare in patria almeno per un periodo approfittando dello sconto riguardante l’Esposizione parigina.
Sulla nave fece il grande: scattava foto insieme agli amici ostentando la sua nuovissima macchina fotografica, flirtava con le ragazze, spendeva e spandeva. Ebbe una liacon la biellese Emma Maria Quazza, anarchica pure lei.
Sbarcato a Le Havre, si spostò quindi a Parigi per visitare l’Esposizione insieme a Emma ed altri amici, tra cui un certo Quintavalle (elbano) e Lener (trentino), anch’essi tessitori ed anarchici. Il gruppo si divise solo a Genova, dove arrivarono il 6 giugno.
Nella città capoluogo ligure Bresci incassò un misterioso vaglia postale di 500 lire giuntogli fermoposta da New York, poi partì per Prato con la Massachusetts in valigia. Ivi rimase fino al 18 luglio, giorno in cui arrivò a Castel San Pietro e poi si trasferì a Bologna con la nuova fiamma, Teresa Brugnoli, detta “la rizzona”. Qui fu raggiunto da un telegramma che lo indusse a partire subito per Piacenza, dove sostò due giorni, e infine giunse a Milano il 21 luglio. Nello stesso giorno il re Umberto I arrivava alla Villa Reale di Monza.
Nella casa dove si trovava in affitto ricevette la visita di un giovane, un ragazzo biondo che si presentò come un suo amico d’America.
Il 27 luglio Bresci lasciò Milano e si trasferì a Monza. Verso mezzogiorno si presentò dalla affittacamere Angela Cambiaghi in via Cairoli 14, chiedendo una camera per sé e una per il suo misterioso amico. Saputo che c’era solo una camera libera, se ne andò via, ma tornò subito dopo dicendo che quella camera gli bastava: l’amico avrebbe alloggiato altrove.
Bresci prese poi a gironzolare per Monza chiedendo a molte persone le abitudini del sovrano con la scusa che voleva vederlo da vicino a parlargli esprimendo la sua stima. Quando seppe che Umberto I avrebbe presenziato al saggio ginnico organizzato dalla “Forti e Liberi” di Monza nello stadio di via Matteo da Campione si ritenne soddisfatto. Il suo progetto prendeva forma.
Dopo il dovere, il piacere. La sera del 28 luglio passò la sera tra le braccia di un paio di prostitute.

Umberto I, re d'Italia
Umberto I, re d'Italia

L’ATTO

Il 29 luglio, sempre alla sera, Bresci entrò nello stadio, si mise vicino al palco e attese il suo momento. Alle 22,25 terminò il saggio. Il re sedeva tra i generali Avogadro di Quinto e Ponzio Vaglia. Bresci gli si avvicinò e fece fuoco tre volte col braccio teso, sicuro, dalla distanza di cinque metri circa. Il re cadde a terra fulminato. Bresci venne subito fermato dalla folla che voleva ucciderlo, anzi linciarlo all’istante. Lui si giustificava gridando: “Non sono un assassino, non ho ucciso un uomo, ho ucciso un principio”.

Al processo, il regicida negò sempre di aver avuto dei complici. “Ho fatto tutto da solo” dichiarava. Poche ore dopo, il 29 agosto, veniva condannato all’ergastolo. Lui accolse la sentenza con buonumore: “Mi appello soltanto alla prossima rivoluzione”!
Del misterioso ragazzo biondo si parlò quasi nulla. Ne fece accenno il procuratore generale, ma quando l’avvocato Merlino, difensore dell’imputato, chiese una sospensione per approfondire la cosa, il presidente del tribunale tagliò corto e respinse tale richiesta. Si voleva arrivare alla fine in fretta e furia.
L’avvocato Merlino allora chiese: “Ma se esiste un complice, come avete accennato voi, perché non lo avete portato qui”? “Perché non lo abbiamo ancora preso” rispose il procuratore generale, Ricciuti, “ma lo prenderemo…”. A quest’ultima affermazione sia Merlino sia i giornalisti presenti risero all’unisono. Erano tutti convinti che Bresci avesse agito da solo.

IL BIONDO

Invece no. Il procuratore Ricciuti diceva il vero: non lo avevano ancora preso. Però mentiva su un fatto fondamentale: sapeva tutto di quel biondo.
Il biondo si chiamava Luigi Granotti, figlio di Giovanni e Teresa Bussetti, era nato a Sagliano Micca presso Vercelli il 15 novembre del 1867. Era emigrato in America nel 1896 e aveva trovato impiego presso le filande di Paterson. Era amico di Bresci e insieme erano partiti nel maggio del 1900, ma avevano compiuto la traversata su piroscafi diversi. I due si erano incontrati a Piacenza e poi a Milano, dove si erano riuniti per poi trasferirsi insieme a Monza, dove Bresci aveva alloggiato nella pensione di via Cairoli mentre Granotti presso l’osteria del mercato. La sera del 28 luglio i due anarchici avevano cenato al Caffè del Vapore. Ecco il conto: pane lire 0,20; vino lire 1,20; due brodi, lire 0,60; due spezzatini, lire 1,40; formaggio lire 0,50; frutta lire 1,00. Totale lire 4,90. Bresci pagò con una moneta da 5 lire e lasciò il resto come mancia. Poi lui e il biondo si allontanarono sottobraccio come due giovanotti spensierati.
Il giorno seguente Granotti uscì dalla pensione alle 10. Non si sa cosa fece nelle ore successive. Rientrò alle 23 nella sua stanza, cioè mezz’ora dopo l’attentato al re. Il mattino seguente, alle 9 in punto, lasciò la stanza, pagò il conto e lasciò indisturbato la città nonostante il cordone di polizia che circondava Monza.
La caccia al Granotti durò, ufficiosamente, per alcuni mesi. Lo cercarono nel Vercellese, poi in Svizzera e infine in Belgio, ma niente. Uccel di bosco. Probabilmente rientrò in America, a Paterson.

Il 22 maggio del 1901 Bresci si suicidava nel carcere di Santo Stefano.
Con lui moriva l’ultima opportunità di sapere la verità sul regicidio di Umberto I.
Una cosa è certa: la favola del giustiziere anarchico solitario e romantico fa acqua da tutte le parti. Il circolo anarchico aveva probabilmente organizzato tutto. E soprattutto era stato finanziato da qualcuno. Da chi, non si potrà mai sapere. Forse.