Abramo Lincoln a Gettysburg
Abramo Lincoln a Gettysburg

La guerra, lo sapevano tutti, era ormai persa. I Nordisti avevano vinto grazie al numero soverchiante di soldati e alle migliori artiglierie, non certo perché gli uomini del Sud si erano dimostrati meno valorosi. Quella folla portava i segni inequivocabili dei vinti: il volto emaciato, la magrezza, la rassegnazione. Però, d’un tratto, su quei volti abbattuti apparve l’ombra di una speranza mista a stupore. Stava passando una piccola armata in perfetto ordine. I soldati vestivano divise nuove e scintillanti. Le truppe avanzavano con l’andamento sicuro e cadenzato proprio di chi va a vincere delle battaglie. Ebbene, quel reparto di soldati sudisti che riaccendeva qualche flebile speranza era composto esclusivamente da neri.

I VINCITORI SCRIVONO LA STORIA

E’proprio così. Per due secoli i vincitori nordisti furono i liberatori degli schiavi neri nel Sud, che li attendevano con ansia per tornare alla libertà.
In realtà la guerra scoppiò e si svolse perché il Nord voleva gli immensi campi del Sud, non per liberare gli schiavi di colore. Lincoln non fu quell’apostolo che si è cercato di dipingere nei due secoli a venire. Ma qui non è il luogo giusto per parlare di quali motivi abbiano spinto il ricco Nord a distruggere il vecchio Sud. Qui dobbiamo parlare di altro.
Dobbiamo parlare di perché nella celebre località di Harper’s Ferry, dove John Brown sparò il primo colpo del terribile conflitto, sorge un monumento molto particolare. E’dedicato alla memoria dei soldati neri caduti con addosso la divisa sudista, ed è stato realizzato dai bianchi sudisti, riconoscenti ai loro ex-schiavi per l’aiuto dato alla causa del Sud.

Allo scoppio della guerra civile la schiavitù era indubbiamente un’istituzione ormai agonizzante. Lincoln voleva eliminarla definitivamente, ma, si badi bene, non avrebbe mai equiparato i neri ai bianchi. Semplicemente lo schiavismo era diventato un regime antieconomico, destinato comunque a morire. Il buon Abramo Lincoln aveva solo colto la palla al balzo per essere considerato il liberatore di quei poveri disgraziati schiavi.
Alcune righe sono necessarie riguardo alla situazione schiavistica nel Sud degli Stati Uniti. Servono per capire il background di quegli anni.

Come si evince da molti film americani, tra cui “Via col vento”, gli schiavi neri non erano così maltrattati come si crede generalmente. Il regime schiavistico era un regime totalitario, ma anche paternalistico. In più i gentiluomini proprietari terrieri avevano imparato che una buona risorsa umana valeva moltissimo, e quindi andava preservata. E nel contempo questo paternalismo impediva ai neri di sviluppare una propria personalità, mantenendoli quindi perennemente degli “adulti-bambini”, bisognosi di un protettore. Questa condizione rallentava, anzi impediva la formazione di una coscienza libera, prerogativa di una rivolta per ottenere la libertà. Quindi i grandi latifondisti del Sud non ebbero quasi mai bisogno di sedare delle insurrezioni. O, se lo fecero, queste rivoluzioni furono davvero minuscole, limitate magari a pochissimi schiavi un po’ troppo esuberanti.
Nello stesso tempo, la società schiavistica aveva inculcato delle regole che erano diventate poi delle convinzioni nelle teste degli schiavi di colore. Ad esempio, questi temevano di confrontarsi con le “novità” che arrivavano dal Nord. Avevano paura di cambiare padrone, perché non sapevano se i nuovi padroni sarebbero stati migliori di quelli vecchi: e non avevano nessuna voglia di provarlo. Paradossalmente, dunque, questi schiavi erano tutti alla mercè dei propri padroni. La guerra di Secessione non portò ad una rivolta organizzata dei neri: tutt’altro. Li spinse bensì ad attaccarsi ancora di più ai loro protettori-latifondisti-schiavisti. Spesso, in caso di incursioni dei soldati nordisti, furono proprio gli schiavi di colore a mettere in salvo i mobili, l’oro, l’argenteria e magari anche i figli dei loro padroni. D’altra parte, i soldati nordisti poco facevano per rendersi diversi dai loro colleghi del Sud. Il razzismo dei Nordisti bianchi era pari a quello dei Sudisti bianchi. Solo che i primi arrivavano come invasori, mentre i secondi erano i legittimi proprietari di quelle terre.

NELLA GUERRA

Dunque, i neri erano ben disposti a collaborare con i Sudisti per difendere la Confederazione. A Columbus, in Georgia, molti operai di colore lavoravano in una fabbrica dove si producevano scarpe per i soldati, motori per alcune navi, pezzi di artiglieria. Così a Richmond, nella grande officina Tredegar Iron Works, che occupava 1000 operai neri. Molti altri lavoravano nelle miniere di carbone e nelle ferriere dell’Alabama.
In ambito militare gli schiavi vennero impiegati dopo, a conflitto già iniziato e per penuria di altri lavoratori bianchi. La Confederazione, infatti, poteva contare su cinque milioni di abitanti bianchi contro i venti milioni dell’Unione nordista. La tragica inferiorità numerica spiega benissimo il perché della sconfitta. E spiega anche perché i Sudisti furono costretti ad impiegare anche i loro schiavi in quella guerra.
Ai lavoratori neri veniva affidata la manutenzione delle linee ferroviarie. Nel febbraio del 1865, su 400 operai dei cantieri navali di Selma, in Alabama, 310 erano di colore. I lavoratori del Genio Civile, cioè i genieri, erano quasi tutti neri. A loro veniva dato il compito importantissimo di realizzare ponti, strade, trincee, bastioni, opere di supporto. Furono i lavoratori neri a preparare la linea che copriva la costa da Savannah in Georgia a Charleston nella Carolina del Sud. Grazie al loro lavoro il Sud era diventato un’immensa fortezza, protetta da trincee, roccaforti e fortificazioni che lo resero difficilmente espugnabile.

Questi lavoratori furono, in un primo tempo, assunti solo tra i neri liberi. Poi però, vista la penuria di manodopera, cominciò a chiedere ai latifondisti di mandare alcuni loro schiavi per supportare la causa della patria. Il governo sudista promise di pagare periodicamente un indennizzo per ogni schiavo impiegato nel lavoro civile, ma difficilmente questi soldi arrivarono ai grandi proprietari terrieri, i quali comunque non ne avevano bisogno e spesso rifiutavano a prescindere per patriottismo. Lo schiavo riceveva quindi vitto, alloggio, assistenza medica e abiti nuovi.
Poi, quando il contributo di schiavi non fu più sufficiente a coprire il fabbisogno del conflitto, il governo sudista ricorse all’arruolamento forzato. Nel 1864 furono ventimila gli schiavi requisiti per ragioni militari. Andavano a sommarsi con i quasi centomila che prestavano ed avevano prestato il loro lavoro nelle officine, nel Genio Civile, nelle fabbriche. Alla fine della guerra questo numero arriverà a circa centocinquantamila.

Gli schiavi di colore che prestarono servizio militare lo fecero sempre con dedizione e fedeltà alla causa. Il generale confederato Nathan Forrest arruolò tutti i suoi schiavi neri promettendo: “se vincono i Nordisti, diranno che vi libereranno. Se vinciamo noi, vi libererò io alla fine della guerra”. Non adempì alla sua promessa: li liberò prima, nel 1864, a conflitto ancora in corso. “Chi vuole”, disse, “può rimanere con me a combattere come volontario regolarmente pagato. Gli altri sono liberi di andarsene”. Tutti rimasero e combatterono per lui sino alla fine.

Il problema della liberazione degli schiavi era ben sentito anche dal governo sudista, che sapeva di aver bisogno di tutti per cercare di vincere quella guerra. Il presidente Jefferson Davis propose un disegno di legge secondo il quale la Confederazione avrebbe acquistato direttamente quarantamila schiavi, i quali al termine della guerra avrebbero ottenuto la libertà come riconoscimento per il servizio prestato. La legge non passò, ma i tempi stavano maturando.
Robert Edward Lee, il grande generale, era sempre stato ostile all’idea della schiavitù: già prima dello scoppio del conflitto aveva liberato i suoi schiavi. Nel 1864, vista la situazione critica, decise di sostenere l’idea che fosse indispensabile arruolare gli schiavi dando loro, in cambio, la libertà. Dopo qualche mese l’idea divenne realtà. Moltissimi neri, tra cui quelli che abbiamo visto sfilare in perfetto stile a Richmond, ottennero la tanto agognata libertà.

IL NORD ANTISCHIAVISTA

Ma come si comportarono, invece, i Nordisti nei confronti degli schiavi? Il problema era abbastanza spinoso. Lincoln non aveva mai detto che faceva la guerra per estirpare la piaga dello schiavismo. Riteneva inutile e dannoso spargere un fiume di sangue per un obiettivo che comunque si sarebbe realizzato in breve tempo (naturalmente per convenienza, non per bontà umana, come abbiamo spiegato all’inizio dell’articolo).
Quindi, come catalogare gli schiavi neri che venivano trovati nei possedimenti occupati dei Sudisti? Semplice: come contrabbando di guerra. Venivano sequestrati e inquadrati nell’esercito come schiavi, non come liberi.
E siccome la guerra stava diventando molto esosa in termini di morti, anche il Nord ebbe bisogno di precettare anche i neri. Ci furono, tra i borghesi e i nobili nordisti, molti che stropicciarono il naso. Ma erano necessari per chiudere un conflitto che stava rivelandosi troppo lungo. Altro fertile campo di reclutamento erano anche gli immigrati irlandesi, ma indubbiamente il grosso dei “paria” dell’esercito erano proprio gli ex-schiavi di colore.
I reggimenti di neri venivano accompagnati da una clamorosa propaganda che inneggiava alla libertà ed alla causa di combattere per la liberazione dei loro fratelli del Sud. In realtà i neri erano tenuti distinti dai bianchi, non potevano mangiare con loro, né avevano gli stessi diritti. Soprattutto, erano considerati come inferiori.
Gli ufficiali dei reggimenti formati da uomini di colore erano sempre bianchi, salvo qualche subalterno; i sottufficiali, invece, erano neri. I Nordisti riuscirono quindi a precettare tra le loro file centosettantaseimila neri, che sul campo di battaglia si dimostrarono eccellenti soldati, coraggiosi e disciplinati, oltre che capaci di sopportare sofferenze e privazioni.
Purtroppo i soldati di colore venivano utilizzati come “carne di cannone” e mandati all’avanscoperta senza il necessario fuoco di copertura nelle zone più esposte al pericolo o in scontri dove bisognava prima fiaccare il nemico e poi attaccarlo per finirlo. I Sudisti potevano controbattere queste prime linee di soldati neri, ma poi dovevano subire l’impeto delle guarnigioni “regolari” dei soldati bianchi, le quali risultavano spesso fatali. Così avvenne all’assalto di Fort Wagner e a Petersburg, dove le unità formate da neri vennero letteralmente mandati al massacro: il tutto mentre molti bianchi nordisti (soldati semplici e ufficiali) godevano alla vista di quello spettacolo bellico, sapendo che quegli assalti avrebbero logorato i Sudisti. La tattica nordista prevedeva scontri all’ultimo sangue, senza risparmio di energie e vite umane, al contrario di quella sudista che (a causa del minor numero di soldati) doveva per forza essere maggiormente accorta.

I neri che caddero nelle mani nordiste e che non potevano essere impiegarti come soldati fecero sempre una brutta fine. Moltissimi morirono nei campi di concentramento, mentre i restanti venivano impiegati come lavoratori, sottopagati e in condizioni pessime, molto peggio di com’erano trattato sotto i loro antichi possidenti sudisti. La vera lotta per la loro libertà non era che all’inizio. E proprio dopo la fine della guerra era destinato a nascere un movimento che ancora oggi sopravvive: il Ku Klux Klan.