Il dottor Guillotin
Il dottor Guillotin

Parole sagge di Victor Hugo.
Certo, quando il dottor Guillotin propose di modificare l’esecuzione della pena capitale per mezzo di una decapitazione effettuata da una “semplice macchina” non poteva immaginare che avrebbe legato per sempre, indissolubilmente, il suo nome a quell’infernale strumento dispensatore di morte: la ghigliottina.

Prima di lui, i condannati alla pena capitale venivano messi a morte in vari modi, tutti atroci: rogo, ruota, impiccagione. Il più delle volte il cerimoniale della morte prevedeva anche una buona dose di sofferenza per il reo: la qual cosa piaceva anche moltissimo alla gente che accorreva per vedere l’esecuzione nella pubblica piazza.
In un caso particolarmente orribile successe che la pena di morte si protraesse per almeno una mezza giornata di agonia umanamente incomprensibile. Il poveraccio che la sperimentò fu Damiens, reo di aver ferito con un coltello il re Luigi XV nel 1757. L’uomo fu condannato alla pena prevista per il regicidio, cioè lo squartamento. Per sua sfortuna i cavalli non riuscirono a smembrare completamente il corpo del disgraziato, che rimase a soffrire fino a quando qualcuno abbastanza caritatevole incise le giunture dei quattro arti. Pare che comunque, anche dopo quelle incisioni, Damiens fosse ancora cosciente; così portarono quella specie di busto insanguinato su una pira e dato alle fiamme. Da notare che, in precedenza, al povero condannato era stata versata una miscela di piombo fuso, resina e olio sulle ferite che gli erano state inferte. Casanova, che ne fu testimone, rimase orripilato.

Naturalmente questo trattamento, che definire animalesco è un insulto alla categoria animale, veniva lasciato volentieri ai poveracci. I nobili, bontà loro, morivano tramite decapitazione. Un colpo secco del boia e la testa si staccava di netto: morte veloce e indolore.
Guillotin era spinto da idee umanitarie quando propose di decapitare tutti, anche coloro che non appartenevano alla nobiltà. Era l’epoca della Rivoluzione della Uguaglianza, Umanità e Fraternità: doveva esserlo anche nel momento della condanna a morte.
In realtà un congegno simile esisteva già in Scozia e in Inghilterra, molto più “avanti” nei diritti umanitari rispetto alla retrograda Francia. La proposta di Guillotin, proprio perché già utilizzata in Gran Bretagna, venne accettata dall’Assemblea solo il 3 giugno del 1791.

Come sempre, tra l’iter di una legge e la sua applicazione pratica, passarono alcuni mesi. E, anche dopo l’approvazione furono molti a criticarla, soprattutto dal punto di vista pratico. Un oppositore, ad esempio, fu il famoso boia Charles-Henri Sanson, secondo il quale un congegno di quel tipo sarebbe costato una fortuna visto che richiedeva una lama affilatissima. In più c’era anche un altro problema. Chi garantiva che il condannato sarebbe rimasto lì ad aspettare la calata della lama sulla propria testa? Ogni mossa della testa di un condannato impaurito avrebbe pregiudicato la buona riuscita dell’operazione, mandando all’aria l’idea di una morte veloce e indolore. Inoltre, in questo caso, si sarebbe perso molto tempo per rimettere il reo nella posizione giusta, magari con delle ferite, magari con la testa mezza staccata, magari inondando di sangue tutto intorno. Tutte preoccupazioni, si intende, di carattere “pratico” e non umanitario.
Dunque si chiese a Guillotin di cambiare un po’ il suo progetto. Lui, però, che aveva aspettato due anni per vedere approvata la sua macchina, rifiutò. O come l’aveva progettata in origine o niente.
Incassato il rifiuto, l’Assemblea si rivolse al dottor Antoine Louis, segretario perpetuo dell’Accademia di Chirurgia. In pochissimi giorni egli stese una relazione su come doveva essere costruita la ghigliottina. Essa differiva dall’originale in due punti: la mannaia, cioè la lama, doveva essere convessa e la posizione del condannato doveva essere. In particolare questo ultimo punto fu quello che richiese maggiore ragionamento. Alla fine Louis arrivò a questa conclusione: “Il paziente (!) poserà la testa su un ceppo di otto pollici di altezza, quattro di spessore e un piede di larghezza. Coricato sul ventre, avrà il petto sollevato dai suoi gomiti e il suo collo sarà senza disagio nell’incavatura del ceppo. Posto dietro la macchina, l’esecutore allenterà i due capi che sostengono la mannaia e farà cadere dall’alto la lama che con il suo peso e con l’accelerazione di velocità separerà la testa dal tronco in un batter d’occhio”.
L’Assemblea fu entusiasta della trovata e approvò le modifiche. Rimaneva da fabbricare quella macchina umanitaria. Louis affidò la costruzione al carpentiere del Demanio, Guidon, al quale consegnò anche descrizione tecnica dettagliatissima.
Questo Guidon, che doveva essere un volpone, pensò bene di gonfiare il preventivo (queste cose sono sempre accadute, anche in passato e anche di fronte a lavori del genere). Costo totale dell’opera, 5.600 livree così suddivise: 1.500 di legno di quercia per macchina e patibolo; 200 per la scala di dodici gradini; 300 per le scanalature in rame fuso; 300 per le tre lame che componevano la mannaia; 1.500 per un modello ridotto che servisse da dimostrazione per prevenire gli imprevisti; 1.200 per la manodopera.

L’Assemblea, visto il preventivo, sobbalzò. Decisamente troppe, quelle 5.600 livree. Così si pensò di rivolgersi ad un altro “artista”: il fabbricante di pianoforti tedesco Tobias Schmitt, che fu davvero competitivo perché fissò il prezzo del suo lavoro a sole 960 livree. Affare fatto.
Per la costruzione ci vollero sei giorni: il 7 aprile 1792, in un cortiletto dell’ospedale generale di Bicetre, a ghigliottina venne sperimentata per la prima volta su alcuni cadaveri. Circa tre settimane più tardi, montata in Place de Grèves, tagliò la sua prima testa: quella di Nicolas-Jacques Pelletier, reo confesso di aver assalito, malmenato e derubato un cittadino.
Il primo nobile “a perdere la testa” fu invece Louis-David Collenot d’Angremont.
Inizialmente si pensò di adottare il principio secondo il quale il patibolo doveva essere eretto nel luogo nel quale era stato commesso il delitto. Però per motivi pratici questo non avvenne mai e la ghigliottina venne lasciata, fissa, al Carrousel. Solo in due occasioni eccezionali cambiò sede. Quando fu portata al Campo di Marte per l’esecuzione di Bailly e poi quando venne trasferita in Piazza della Rivoluzione in occasione della decapitazione di re Luigi XVI.
Le lame venivano cambiate sempre dopo ogni esecuzione, mentre la struttura fisica della macchina “umanitaria” non cambiò mai.