Francesco Caracciolo, grande ammiraglio del Regno delle Due Sicilie
Cercheremo in questo articolo di sfatare questo mito, almeno per quanto concerne la flotta borbonica, che in pochi decenni divenne una delle meglio organizzate della penisola italica e anche di tutta l’Europa. Grazie alla lungimiranza di Carlo di Borbone e dei suoi eredi vedremo fiorire porti, darsene, costruire potenti navi e assumere in servizio grandissimi ammiragli.
GLI INIZI
L’impresa di Carlo di Borbone comincia nel 1735, quando assume il titolo di re delle Due Sicilie. Dopo 27 anni di dominazione austriaca e due secoli di dominio spagnolo, Napoli ritrova la dignità di capitale del regno. Di nuovo sotto la corona spagnola, il Sud Italia si ritrovava con moltissimi debiti, un esercito quasi distrutto e una flotta praticamente inesistente, composto da quattro galere molto datate e pochi legni sostanzialmente inservibili.
Apriamo una parentesi “marinara”. La galera, o galea, era la nave-regina del Medioevo e dell’era moderna, fino al Milleottocento. Nata in verità già nel periodo della Magna Grecia, ebbe il suo boom nel periodo medievale grazie alle Repubbliche Marinare: in particolare dagli arsenali di Venezia uscivano le navi migliori. Con la scoperta della polvere da sparo vennero poi dotate dei cannoni: esempi di tal genere si possono trovare numerosissimi sia nella letteratura che nel cinema. Celeberrime le galere spagnole e inglesi che si contendevano l’Oceano Atlantico dopo la scoperta dell’America. Altrettanto famose le galee dei pirati che dal tardo Cinquecento cominciarono ad infestare le isole caraibiche e le Antille.
Per “legni” invece intendiamo le classiche barchette non militari, ma utilizzate talvolta come supporto alle galere. Se qualcuno ricorda Salgari, le ritroverà nell’Oceano Pacifico guidate da Sandokan e dai suoi corsari.
Chiariti i termini tecnici, andiamo a analizzare cosa si ritrovò tra le mani Carlo di Borbone appena arrivato nel golfo di Napoli.
Le quattro vecchie galee erano ciò che restavano della marina austriaca, la quale si era portata via il vascello San Leopoldo, il migliore della flotta. Non vi era alcuna ordinanza in materia marittima, nessuna opera di fortificazione difensiva delle costiere, quindi città e litorali si trovavano alla mercè dei pirati barbareschi. In breve tempo però Carlo riuscì a mettere le basi di un’organizzazione marinara: acquistò tre galee che erano in costruzione a Civitavecchia; piantò egli stesso il primo chiodo nella trave che formava la chiglia della nuova galea capitana; istituì l’Accademia dei guarda-stendardi, il collegio per la formazione degl’ufficiali di marina; infine inaugurò la Scuola dei grumetti (grumete in spagnolo significa mozzo) per i futuri timonieri.
IL FATTO DECISIVO
Gli inizi erano promettenti, ma non bastava. Nel 1742 Carlo di Borbone si rese conto perfettamente della situazione ancora disastrosa in cui versava la sua flotta quando, nel golfo di Napoli, si presentò una squadra di William Martin. Era appena scoppiata un’altra guerra tra Spagna e Austria e gli Inglesi si erano alleati con quest’ultima. Martin, dunque, arrivò con quattro vascelli, una fregata e tre bombardiere per dissuadere Carlo dall’intervenire nella disputa, come avrebbe invece dovuto e voluto fare. Poiché il re di Napoli non voleva saperne di rinunciare ad aiutare la sua patria, Martin posò il suo orologio sul casseretto della sua nave, l’Ipswich, fissando in mezz’ora il tempo per avere una risposta definitiva. Scaduta quella mezz’ora la città sarebbe stata bombardata. Carlo naturalmente si piegò, decise di rimanere neutrale e subì un’onta incredibile.
Da quella vergogna, però, trasse la conclusione che bisognava a tutti i costi accelerare le operazioni di rinforzo della flotta. Ordinò quindi la costruzione di tre fregate: la Santa Amalia e la Ss. Concezione (da 30 cannoni) e l’imponente San Ferdinando (da 54 cannoni). In più ne commissionò altre due che dovevano uscire dai cantieri spagnoli.
Nel frattempo fece arrivare alcuni ufficiali iberici a Napoli imponendo le ordinanze della marina spagnola e anche il castigliano come lingua ufficiale. Dai cantieri della Spagna uscivano, forse, le navi migliori d’Europa per tonnellaggio e facilità di manovre. Al contrario, i migliori ufficiali li aveva e li forgiava da secoli la Gran Bretagna. Ed infatti, a lungo andare, si vide che possedere gli uomini migliori era sinonimo di successo: le navi non vincevano le battaglie, gli uomini sì. Gli Inglesi avevano già soppiantato, a metà del Settecento, la potenza coloniale spagnola e si avviavano a maggiori conquiste.
Nel 1754 la flotta borbonica consisteva in un vascello (il San Filippo), cinque fregate (comandate da Michele Raggio, balì dell’Ordine di Malta), quattro galere (capitanate dal colonnello Antonio de Zelaya), alcuni sciabecchi (imbarcazioni leggere inventate dagli Arabi, comandati da Giuseppe Martinez) e qualche galeotta (agli ordini del tenente Giovanbattista d’Afflitto).
Carlo poi creò il corpo degli ufficiali, quello dei piloti e quello dell’amministrazione marinara. Fondò l’arsenale di Napoli e diede il via alla costruzione del porto militare. Stabilì l’uniforme, che consisteva in una giubba azzurra sopra un panciotto bianco, pantaloni e calzabrache bianchi e cappello a tricorno.
L’EFFICIENZA NAPOLETANA
Il principale obiettivo della flotta napoletana era quello di replicare alle incursioni dei pirati barbareschi. Per la prima volta dopo secoli, Napoli era all’attacco. Nel 1739 Carlo di Borbone mandò tre squadre di galere comandate da Antonio Doria, che il 23 giugno distrusse la piccola flotta nemica al largo di Capo Palinuro. Catturati i legni barbareschi, li condusse come preda di guerra a Napoli.
Altra vittoria fu quella del 13 agosto 1740, quando le galeotte di Tommaso Vicuna puntarono decise su Punta Stilo, in Calabria, affondando due navi pirata.
Questi successi indussero l’Impero Ottomano, da cui dipendevano le reggenze di Tripoli, Tunisi ed Algeri (e da cui partivano i pirati) a concludere un accordo con Carlo. Nonostante il trattato di pace, però, le scorrerie continuarono ancora per molto tempo e quindi la flotta borbonica dovette proseguire nel suo attento monitoraggio delle coste meridionali.
Tra i comandanti delle forze napoletane emerse Giuseppe Martinez, passato alla storia come capitan Peppe, nato in Spagna nel 1702, che ottenne il comando prima della galera San Francesco, poi della squadra delle galeotte e, dal 1750, anche degli sciabecchi. Uomo di mare fino al midollo, non si limitava a compiti difensivi, ma grazie al suo coraggio e alla sua conoscenza maniacale del mare dove doveva compiere le operazioni, si spingeva anche ad attaccare i porti nemici. Così fece andando a stanare i pirati tunisini nel 1747 e 1750, infliggendo gravi perdite alle basi pirata. Nell’aprile del 1752 con la sua squadra di sciabecchi ingaggiò una grande nave del bey di Algeri, forte di 16 cannoni e 200 uomini di equipaggio: la battaglia durò per tre giorni e si concluse con l’affondamento del vascello pirata, il Gran Leone, la morte di 109 algerini e la cattura dello stesso comandante.
A CARLO SUCCEDE IL FIGLIO FERDINANDO
Quando Carlo venne chiamato a succedere al fratellastro sul trono di Spagna nel 1759, la corona di Napoli passò al figlio Ferdinando IV, ancora minorenne. Nel periodo di reggenza la marina borbonica venne naturalmente trascurata, ed infatti le scorrerie dei pirati ripresero con vigore.
Nel 1767 però Ferdinando raggiunse la maggiore età e la musica cambiò: la sua passione era il mare mentre la sua forza era la moglie Maria Carolina che con il suo carattere deciso ed autoritario voleva liberarsi definitivamente dalle ingerenze spagnole.
Il primo (e decisivo) atto di Ferdinando fu l’assunzione come segretario di Stato per la Marina Borbonica di John Edward Acton, nato nel 1737 a Besancon da padre inglese. Dopo aver servito per anni presso il granduca di Toscana, dimostrandosi valente uomo di mare al comando della fregata Etruria, venne chiamato a Napoli per ottenere il definitivo “salto di qualità”.
Anzitutto formulò un piano organico che prevedeva almeno quattro vascelli di linea. Poi ordinò la costruzione di 12 sciabecchi, 8 fregate e almeno una novantina di legni di supporto. Intraprese la costruzione di un grosso cantiere a Castellamare di Stabia, trasferì a Portici l’Accademia di Marina. Abolì l’uso della lingua spagnola. Inviò i cadetti più promettenti a farsi le ossa sulle galere inglesi e francesi. Istituì il corpo dei cannonieri di marina e quello della fanteria marittima, detto dei “Liparotti”, poiché in prevalenza provenivano dall’isola di Lipari. Infine acquistò due vascelli da 64 cannoni e una fregata da 50 cannoni.
Cosa molto importante, teneva sempre in attività le navi, tanto che decise di sua iniziativa di mandare una squadra per aiutare la coalizione ispano-maltese-portoghese contro i pirati di Algeri. La missione si tradusse in un mezzo fiasco, ma tra i Napoletani si fece notare un giovanissimo capitano di fregata, Francesco Caracciolo, che riuscì a compiere un’impresa dannunziana: con il suo sciabecco si spinse vicinissimo alle batterie del porto tanto che alcuni legni algerini uscirono per inseguirlo, ma caddero in trappola e vennero cannoneggiate da una galea maltese.
Lo stesso Caracciolo cadde poi in un brutto incidente “diplomatico” (anche se il termine, come spiego ora, non è proprio adeguatissimo). Dopo la Rivoluzione Francese la Gran Bretagna e la Francia erano in guerra tra loro, così i pirati barbareschi ne approfittarono per riprendere le incursioni. La fregata borbonica Sirena comandata proprio da Caracciolo intercettò una di quelle navi pirata e si gettò all’inseguimento. Entrata in acque territoriali francesi, la cannoneggiò e la mandò a fondo. Probabilmente il comandante napoletano non si era nemmeno accorto di essersi spinto così lontano e di aver violato, a tutti gli effetti, una legge del mare. Ne nacque un grave incidente diplomatico, così Caracciolo venne messo agli arresti a Gaeta, ma dopo pochi mesi fu liberato a messo a capo del vascello Tancredi.
Questo episodio dimostrava comunque la grandissima preparazione marittima raggiunta dagli allievi dell’Accademia voluta da Acton.
Erano ormai gli anni finali del Settecento, dominati dalla Rivoluzione. Ferdinando si schierò apertamente con gli Inglesi, tanto da mandare la sua flotta per cooperare con i britannici per la difesa di Tolone, caduta nelle mani dei rivoluzionari francesi. In una scaramuccia presso Capo Noli tre navi napoletane attaccarono e affondarono due vascelli francesi rimasti isolati.
La vittoria di Nelson ad Abukir entusiasmò ulteriormente Ferdinando, che vedeva (giustamente) negli Inglesi i maestri del mare. Purtroppo per lui arrivò la campagna d’Italia di Napoleone e quindi la conquista di Napoli. Il re riuscì a scappare a Palermo sul vascello inglese Vanguard e scortato dalla flotta del Caracciolo, che nel 1797 era stato promosso a commodoro.
Molti marinai napoletani erano rimasti in città ed erano passati tra le fila francesi: questo “intermezzo” servì per propagare anche al Sud le idee della Rivoluzione che poi serviranno come stimolo ai patrioti ottocenteschi.
L’OTTOCENTO
Con la caduta dell’impero napoleonico, il Regno delle Due Sicilie continuò con tranquillità maggiore la sua opera di potenziamento marittimo. Nel 1818 venne costruito il primo piroscafo del Mediterraneo, il Ferdinando I. Nello stesso anno fu inaugurato l’osservatorio astronomico-nautico presso l’Accademia di marina. La flotta napoletana si rinnovò di numerose navi da battaglia, tanto che una commissione di ufficiali del Regno di Sardegna arrivò a Napoli per studiare i progressi della gloriosa Marina del Regno delle Due Sicilie.
Nel 1824 scese in mare il primo vascello borbonico, il Vesuvio, forte di 84 cannoni, con carena foderata di rame.
Durante il regno di Francesco I venne fondata una scuola di ingegneri meccanici per la condotta delle motrici dei piroscafi. In brevissimo tempo questa scuola divenne una fabbrica vera e propria di motori, argani e macchine a vapore. Tre anni dopo una squadra di navi napoletane con alla testa il vascello Vesuvio fece il viaggio andata-ritorno da Napoli al Brasile. Quel tratto di oceano venne poi solcato nuovamente dalle medesime navi molte altre volte con l’obiettivo di raggiungere i porti olandesi, britannici e francesi oltreoceano e nell’emisfero australe.
Nel 1847 la flotta borbonica era formata da 13 navi a vela, 22 navi a vapore, il vascello Vesuvio, una pirocorvetta e diversi legni minori. L’artiglieria di bordo comprendeva già da un decennio i cannoni-obici Paixhans da 80, arma nuovissima e mortale, da poco introdotta sulle navi francesi.
Nell’ultimo decennio di vita del Regno delle Due Sicilie cominciò il decadimento della flotta, la quale non venne più incrementata né migliorata.
L’episodio finale dell’esistenza della marina napoletana è naturalmente da ricercare nello sbarco dei Mille. Si è detto che quello sbarco non fu impedito dalle navi borboniche: non è vero. Tre unità si presentarono a Marsala quando ebbero il segnale della presenza di due vapori sospetti (il Piemonte e il Lombardo). Tuttavia, il capitano di fregata Guglielmo Acton non aprì il fuoco per evitare di colpire alcuni edifici battenti bandiera britannica, dove infatti si radunarono i Mille.
CONCLUSIONI
Il giudizio degli storici sulla Marina dei Borbone è stato sempre troppo duro. Varie ricerche, soprattutto recenti, dimostrano che quella flotta era all’avanguardia. Soprattutto, uscivano dall’Accademia dei valenti marinai e ufficiali: esperti di mare, sempre obbedienti agli ordini ma anche in grado se necessario di agire di loro iniziativa, attenti anche alle innovazioni tecnologiche.
Quanto al rapido decadimento di cui abbiamo parlato, è da imputarsi al fatto che gli ultimi regnanti non avevano più margine di manovra, né denaro da investire, né protezione dalla Spagna. Molti che avevano giurato fedeltà alla Marina borbonica passarono poi a quella italiana del Regno di Sardegna, e combatterono sempre con valore.

















