Il conte Ugolino in una stampa ottocentesca
Il conte Ugolino in una stampa ottocentesca

Il conte Ugolino della Gherardesca si trova nell’Antenora, la seconda zona del nono cerchio dell’Inferno, una delle più basse e quindi piena dei peccatori più terribili. Pisano e detentore del potere nella sua città, è accusato appunto di aver tradito la sua patria. Insieme a lui c’è Ruggieri degli Ubaldini, arcivescovo.
Ugolino viene tratteggiato dalla penna del Sommo Poeta nell’atto di rodere la nuca a Ruggieri in un’azione continua, ininterrotta, eternamente bestiale. “La bocca sollevò dal fiero pasto” quando decide di raccontare la sua orribile sorte di traditore. Dice di essere stato incastrato dall’arcivescovo: catturato dai suoi nemici, venne imprigionato in una torre e condannato a morire di fame con i quattro figli. Qui poi Dante delinea lo strazio di Ugolino che mangia la sua progenie giorno dopo giorno. Infine, l’invettiva contro la città di Pisa e contro i Pisani, ai quali egli augura che muoiano annegati da uno straripamento del fiume Arno.
La realtà storica parla di un Ugolino della Gherardesca che effettivamente fu traditore della patria. Invece, la figura del “conte cannibale” è stata sfatata da recenti studi che confermano trattarsi di una leggenda o di un’invenzione dantesca.

Dei quattro figli innocenti che muoiono in quella torre due erano in realtà dei nipoti, Nino e Anselmuccio. Gli altri due, effettivamente figli del conte, non erano più dei fanciulli come vennero descritti da Dante, ma avevano già superato ampiamente la cinquantina. Anche l’età dello stesso Ugolino viene falsata: si parla di lui come di un uomo vigoroso, nel pieno delle forze, mentre invece quando morì in quella torre era sull’ottantina.
Eppure il fatto avvenne nel 1288, quando Dante aveva 23 anni. Stiamo parlando quindi di un avvenimento a lui contemporaneo e non di una leggenda che deve tramandare. Resta apparentemente inspiegabile il motivo per cui il Poeta ha riferito erroneamente così tante nefandezze. Probabilmente Dante voleva calcare la mano su un episodio nefasto della storia pisana bollando il protagonista oltre che come traditore anche come cannibale dei propri figli, nella più classica delle damnatio memoriae.
Ma ripercorriamo bene la vita e le azioni di questo personaggio che forse senza la penna ispirata del Sommo Poeta nessuno, oggi, conoscerebbe.

Partiamo da lontano, esattamente dall’VIII secolo. I duchi Longobardi, padroni di quasi tutta la penisola, si erano divisi il territorio italico. Signore delle coste liguri e toscane era in quell’epoca Ratcauso, investito col titolo di conte da re Liutprando: il suo compito era quello di proteggere quel tratto costiero dalle incursioni saracene. Naturalmente, come tutti i nobili, aveva il diritto di trasmettere titolo e territori ai figli primogeniti.
Pisa era una delle città più importanti dal punto di vista strategico. Per questo i successori di Ratcauso assunsero col tempo il titolo di “conti di Pisa” e vi instaurarono il proprio centro di potere.
All’incirca verso il 1100 questi “conti di Pisa” presero un nome nobile: conti di Donoratico, dal nome di una torre che sorgeva in Maremma. Il dominio longobardo era tramontato da due secoli, ma i discendenti di Ratcauso continuavano ad esercitare il loro dominio indiscusso su quel tratto di costa che si affaccia sul mar Tirreno. Pur dividendosi in diversi rami e casati e pur avendo suddiviso il loro territorio in molti feudi e latifondi, i Donoratico conservavano come primo titolo la signoria di Pisa.
Quando poi si formarono i due “partiti” dei ghibellini e dei guelfi, Gherardo I Donoratico scelse di appartenere alla prima fazione, dichiarandosi fedelissimo all’imperatore e decisamente contro il papa. Amico di Federico II “stupor mundi”, nipote del Barbarossa, ottenne grandi vantaggi per sé ma anche per la città, che divenne una delle più belle e più ricche d’Italia.
Quando, però, il dominio tedesco in Italia entrò in crisi grazie all’avvento dei Comuni, Gherardo invece di passare al nemico rimase fedele all’imperatore, unico nella penisola tra i grandi signori. Appoggiò l’impresa di Corradino di Svevia di riconquistare l’Italia meridionale, caduta in mano degli Angioini. Anzi, fu uno di coloro che più incoraggiarono il giovanissimo principe a combattere contro i Francesi. Le poche cronache dell’epoca ce lo descrivono come un uomo cocciuto, irruento, poderoso, vigoroso anche se aveva superato i settant’anni di età. Corradino si lasciò convincere soprattutto da lui e tentò un’impresa che appariva utopistica e impossibile. Sconfitto a Tagliacozzo, il giovane imperatore cadde prigioniero e poi giustiziato nella piazza del mercato di Napoli proprio insieme a Gherardo, il suo grande sostenitore, fedele fino alla fine.

La morte di Gherardo non ebbe conseguenze sul casato dei Donoratico. Addirittura, per onorare il grande patriarca, si decise di assumere la dicitura nobiliare “della Gherardesca”. E così si arriva alla carriera di Ugolino, appartenente a un ramo secondario della famiglia, ma comunque designato con questo nuovo appellativo con cui passò poi alla storia.
Sposato con una Pannocchieschi di Siena – parente forse del marito della Pia dei Tolomei di cui parlò lo stesso Dante – aveva avuto più dei due figli morti con lui nella torre. Il primo, Guelfo, nato verso il 1230, aveva preso in moglie Elena, erede di Enzo, re di Sardegna nonché nipote di Federico II. Queste nozze vennero celebrate (come quasi sempre all’epoca) non per amore, ma per convenienza politica: in questo caso per ribadire il ghibellinismo della famiglia attraverso una parentela con gli Svevi e anche per assicurarsi, un giorno, un diritto sul dominio della Sardegna.
L’obiettivo di controllare la grande isola, però, era molto difficile. Ugolino doveva fare i conti con Genova, la grande nemica di Pisa: ma quello era un dettaglio che si sarebbe risolto con una battaglia. Quello che più frenava le sue ambizioni era che in linea ereditaria il dominio della Sardegna spettava al figlio primogenito di Gherardo, Bonifacio. E infatti, alla morte di Gherardo, a lui passò il controllo dell’isola. Ugolino, quindi, si trovò tagliato fuori.
Non è chiaro chi sia stato a decidere la successione del territorio sardo, ma probabilmente Ugolino si era fatto moltissimi nemici tra i nobili pisani: le cronache dell’epoca lo descrivono unanimemente come collerico, iroso, intrattabile e poco diplomatico.

Comunque sia andata, Ugolino si ritirò nel suo feudo di Settimo e cominciò a dare segni di ribellione: provocò scontri e dissidi tra i signorotti della zona, si rifiutò di versare i tributi che avrebbe dovuto corrispondere a Pisa e strinse alleanza con un nipote, Nino Visconti, che non nascondeva le sue simpatie verso i Guelfi. Simpatie che erano ampiamente condivise dallo stesso Ugolino: lo deduciamo dal fatto che il suo primo figlio venne chiamato, appunto, Guelfo.
Pisa, quando seppe che Ugolino era diventato filo-papale, lo mise al bando e gli tolse tutti i suoi privilegi nobiliari. L’uomo, però, era collerico ma molto furbo: aveva già avviato delle trattative con il pontefice Innocenzo V, il quale non vedeva l’ora di poter portare un nobile pisano dalla sua parte. Risultato: Ugolino si vide restituiti il titolo e la dignità.
Probabilmente il suo guelfismo era dettato non solo da tattica, ma anche da vera fedeltà al papa. Non bisogna dimenticare che alle porte del 1300 l’imperatore era ormai considerato come un’istituzione vecchia ed anacronistica, seguita da pochissimi Comuni e da pochissimi nobili. Il nuovo era rappresentato dal papa, che garantiva le libertà comunali. Il feudalesimo, che l’imperatore continuava a rappresentare, era invece l’esatto contrario della libertà di cui gli Italiani del Basso Medioevo volevano cominciare a godere.

Ugolino, rientrato in possesso dei suoi titoli, rimaneva sempre un estraneo nella nobiltà pisana. I suoi pari grado lo vedevano come in traditore, uno di cui non ci si poteva mai fidare. Per questo motivo, quando scoppiò la guerra tra Pisa e Genova nel 1284, l’assemblea cittadina decise di affidargli solo compiti di retroguardia: si voleva evitare un suo tradimento.
Altro motivo che indusse i nobili pisani a metterlo da parte anche militarmente era il fatto che egli sconsigliasse una battaglia navale aperta. Aveva visto di persona, qualche anno prima, la flotta genovese e sicuramente poteva giudicare meglio di molti altri quanto fosse moderna.
Pisa, invece, non gli diede retta. La città toscana bramava una vittoria che ponesse definitivamente fine alla supremazia dei liguri nel mar Tirreno. Ma soprattutto aveva capito che mantenere in vita Genova significava agonizzare lentamente in uno specchio sempre più angusto di mare. Strategicamente, affrontare i Genovesi era la scelta giusta, ma bisognava prepararsi meglio.

Invece Pisa si presentò alla battaglia, il 6 di agosto, con solamente una parte della flotta pronta. D’altra parte, i Genovesi arrivarono nelle acque della Meloria, al largo di Livorno, con poche navi. I Pisani, credendo che fossero solo quelle, attaccarono: in realtà Genova aveva diviso la flotta in due parti, tenendo di retroguardia le galee più grandi. Lo scontro si risolse in un massacro. Un proverbio che rimase per secoli recitava: “Chi vuol vedere Pisa, vada a Genova”. I prigionieri pisani catturati dai Genovesi, infatti, furono migliaia, ed erano i cittadini più giovani e forti.
Anche Ugolino partecipò allo scontro, ma, come abbiamo accennato, nelle retrovie. Con pochissime forze a disposizione combattè valorosamente, ma poi si arrese per evitare sanguinose perdite. Che abbia combattuto valorosamente è attestato dal fatto che egli, dopo la sconfitta, venne nominato signore della città, titolo che tenne dal 1284 al 1288.
I Pisani probabilmente furono costretti ad accettarlo come loro dominatore, anzi sicuramente egli era stato imposto dai Genovesi: un guelfo doveva dominare una città un tempo ghibellina. E infatti si comportò di conseguenza. E’datata 1286 un’ordinanza che svecchiava le antiche istituzioni feudali: si abolivano i pedaggi, molti privilegi nobiliari, si imponeva ai più ricchi di partecipare alle opere pubbliche. Una specie di “democratizzazione”.

La signoria di Ugolino dovette però fronteggiare un enorme problema. Dopo la vittoria navale, Genova aveva stretto un’alleanza con Siena e Lucca ai danni di Pisa. Toccava a lui cercare di destreggiarsi per mantenere buoni rapporti con le due città toscane confinanti e quindi evitare eventuali guerre. Sapeva benissimo di non avere a disposizione né una flotta né un esercito degno di questo nome e quindi doveva provare a mediare.
Impostò dunque delle trattative separate per cercare di rompere quest’alleanze. Tentò di portare dalla sua parte alcuni signori senesi e lucchesi cedendo dei castelli, ma in questo modo si inimicò sia Genova (che capì il doppiogioco) sia i nobili pisani che vedevano in quelle cessioni un tradimento vero e proprio.
Quando poi prese con sé al governo Nino Visconti fu la fine. Amicissimo dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, capo indiscusso della fazione ghibellina ancora presente in città (nonostante fosse un ecclesiastico), voleva a tutti i costi prendere il potere, quindi cominciò a congiurare contro Ugolino. A questo punto ci si ricollega al racconto di Dante: il conte viene imprigionato e lasciato morire di fame accanto ai figli. La conclusione indegna di un’avventura fatta di moltissime ombre e di pochissime luci. Però, certamente, non l’avventura di un traditore come lo volle far passare Dante, e men che meno un “cannibale dei suoi figli”.