Carlo Broschi, il Farinelli
Naturalmente, era loro proibito cantare nel coro durante le cerimonie religiose: quindi la messa e i sacri servigi dovevano essere cantati solo e soltanto dagli uomini. Per le note acute potevano bastare i contralti e i controtenori. Spesso si utilizzavano i ragazzini sino a 11-12 anni. Tuttavia, con il boom del canto polifonico, divenne davvero difficile scovare voci maschili che fossero nel contempo acute e potenti.
Ecco dunque che a Roma, verso la metà del XVI secolo, si comincia a introdurre la barbara usanza di castrare i giovani cantori per conservare la purezza e la melodiosa magia che irradiavano. Solo i migliori potevano ambire a diventare cantori. Le famiglie dei bambini e dei ragazzini che dimostravano particolare abilità nel canto facevano a gara per proporre i propri pargoli ai prelati. Entrare in un coro ecclesiastico fu, sin dalla metà del Cinquecento, una benedizione per il castrato e per i suoi familiari.
Dall’inizio del Seicento cominciarono a fiorire delle scuole di formazione dei castrati. A Napoli c’erano le migliori, ma il vero obiettivo di questi ragazzi era arrivare a Roma, la capitale della religione cristiana. Raggiungere determinate vette di prestigio portava denaro per sé e per la propria famiglia. Diventare cantore liturgico era uno dei pochissimi modi che i più umili avevano di elevarsi socialmente e, soprattutto, di vivere quasi alla stregua dei nobili e dell’alto clero.
Ma in cosa consisteva la castrazione? Ai bambini in età prepuberale venivano estirpati i testicoli in modo da impedire la secrezione del testosterone e di conseguenza il tipico cambio di voce che accompagna questa nuova fase della vita dell’essere umano. Una crudele consuetudine presa dalle tradizioni orientali di molti secoli prima.
La voce che scaturiva era cristallina ed acuta come quella di una donna, ma anche abbastanza potente da poter raggiungere le note più basse. Un misto di alti e bassi, in poche parole.
I primi castrati vennero impiegati in Vaticano nel coro della Cappella Sistina nel 1562. In breve tempo, il successo di questo esperimento coinvolse tutta l’Italia e molta parte dell’Europa. Per scovare i bambini adatti a diventare cantori castrati si ricorreva a tutti i mezzi. Come detto, spesso le famiglie erano felici di poter mettere a disposizione i propri figli: ciò significava nella maggior parte dei casi ottenere denaro utile per la propria sopravvivenza. Tuttavia, quando non si riusciva ad ottenere il castrato desiderato, si usavano metodi non molto “cristiani”: dal rapimento alle minacce sino ai ricatti e agli omicidi.
Nelle scuole i castrati studiavano per otto ore al giorno. A differenza degli altri aspiranti cantori, i metà-uomini godevano di trattamenti speciali. A Napoli gli allievi dei conservatori mangiavano tonno e sardine, mentre i loro colleghi castrati si cibavano di pollo.
Il vero boom del fenomeno avvenne nel Seicento. Siccome l’Italia in questo campo la faceva da padrone, nacque anche il mestiere di impresario-manager che gestiva gli affari del proprio assistito evirato, procacciandogli impegni teatrali e convocazioni nei salotti di nobili o alti prelati. I più bravi tra questi managers riuscivano ad ottenere le chiamate dei re o dei principi.
Lusingati, adulati, ricoperti d’oro, successo dei castrati fu clamoroso. Due, in particolare, furono le incontrastate star del secolo del Rococò.
Carlo Broschi, detto Farinelli (1705-1782), nativo di Andria, fu il più grande, almeno a detta dei suoi contemporanei. “La più bella voce che sia mai esistita, l’arte più profonda e il gusto più squisito gli diedero il primato su tutti gli altri”: parola del compositore Jean Benjamin de Laborde. Charles de Brosses, presidente del parlamento di Digione, grande scrittore e notevole conoscitore ed ammiratore dell’Italia, lo chiamava “il primo castrato dell’universo”.
Farinelli visse per venticinque anni alla corte di Filippo V di Spagna. La sua paga era di 3.500 pistole spagnole all’anno, equivalenti di 56.000 livree francesi. Praticamente guadagnava più di un generale di corpo d’armata e poco meno di un luogotenente delle Americhe. Inoltre aveva vitto e alloggi gratuiti e una carrozza a sua disposizione. Senza contare gl’innumerevoli regali: scatole colme di oro e argento, diamanti, pietre preziose, monili, case, complementi di arredo. E poi, last but not least, il prestigio di essere immortalato dai pittori più in voga dell’epoca.
Il rivale di Farinelli era Gaetano Majorano, detto Caffarelli, anch’egli pugliese, di Bitonto. Questi fece carriera nell’altra corte elitaria d’Europa, quella di Parigi. Il duca di Luynes, uno dei cortigiani preferiti dal re Luigi XV, riporta che il cantore poteva disporre di una magione a titolo gratuito, una carrozza, due cavalli, due domestici personali e 75 livree giornaliere”. Per farci capire il diverso trattamento di favore di cui godette il Caffarelli, sempre il duca di Luynes cita l’esempio di due cantanti napoletani che percepivano una paga mensile di soli duecento franchi.
Il successo più grande lo ottenne nella cappella del Louvre, alla presenza dello scrittore tedesco Melchior Grimm (che non c’entra nulla coi fratelli Grimm delle fiabe), il quale lo esalta in tal maniera: “Sarebbe difficile dare una giusta idea del grado di perfezione che questo cantore ha raggiunto. Il fascino e l’amore che possono riempire l’idea di una voce angelica e che fanno il carattere della sua, insieme alla più grande capacità esecutiva, a una facilità ed ad una precisione sorprendenti, diffondono nei sensi e nel cuore un incanto a cui anche gl’esseri umani meno sensibili alla musica resistono a fatica”.
L’unica nazione europea che apprezzava poco il fenomeno dei castrati era la razionale Inghilterra. Samuel Pepys si dimostrò reticente alla nuova moda: “Non vado pazzo per gli eunuchi. Certo, riescono ad arrivare a note molto alte, il loro timbro è melodioso, ma ho spesso provato altrettanto piacere a sentire certe voci femminili e a volte anche maschili. Tutti questi gorgheggi che salgono e scendono possono piacere agl’italiani o a chi capisce la loro lingua, ma non a me, e credo sinceramente di poter scrivere dei versi inglesi sui quali comporre una musica più gradevole all’orecchio di qualsivoglia musica italica”. Il cronista britannica dimenticava che la tradizione italiana del melodramma è insita nelle gole dei nostri antenati, decisamente più raffinati degli inglesi o in generale dei popoli anglofoni.
Quasi viene da dire che Pepys e molti altri britannici “avevano paura” i castrati. Si rinviene quasi una repulsione insita nelle loro parole quando descrivono il loro canto. Gente concreta, i londinesi non li apprezzarono mai. E se quelli della capitale non gradivano tale spettacolo, figuratevi quelli delle campagne immerse nelle brughiere.
In ogni caso, il successo maggiore degli eunuchi cantori arrivò grazie all’appoggio dei francesi, che invece apprezzavano moltissimo la loro arte.
Il Re Sole, Luigi XIV, non faceva eccezione. I suoi preferiti erano La Fornara (che imitava alla perfezione il canto di un usignuolo) e Favalli, al quale venne accordata la licenza di cantare addirittura nel parco della reggia di Versailles.
Ma più di tutti amava Antonio Bagniera, noto come Banieri, arrivato giovanissimo alla sua corte. “Siccome era di statura assai modesta, la regina ordinava che nei suoi concerti fosse preparato un tavolo sul quale il cantore potesse salire ed esibirsi in modo da farsi sentire chiaramente da tutti” ci riporta Jean Baptiste de Laborde.
Il già citato De Brosses (autore di una cronaca interessantissima del suo Grand Tour in Italia, nella quale dimostra di capirci parecchio dei nostri antenati compatrioti) li descrive così, senza peli sulla lingua: “Le loro voci si basano sulle note SI e MI e non sono dello stesso tipo delle nostre (cioè quelle francesi, nda); non c’è nessun genere di voce francese in grado di restituirci il loro canto. Sono voci femminili, ma nel contempo voci maschie. Talvolta la voce del castrato cambia con la pubertà per variare su tonalità leggermente più basse, e da soprano che era diventa contralto. Non è neppure raro che la perdano nell’età dello sviluppo, così che dell’intonazione giovanile non resta più niente. Nella grande maggioranza diventano grandi e grossi come dei capponi, con natiche, braccia, petto e collo rotondi e grassocci come quelli delle donne. Quando li si incontra e li si sente parlare, ci si meraviglia che da tali colossi esca una voce flebile da bambino. Ve ne sono di molto belli, fatui e presuntuosi”.
La concezione cambiò grazie agli Illuministi, i quali presero di mira gli eunuchi cantori come simbolo di barbarie, usati per il piacere di gente voluttuosa e crudele. E’l’Encyclopedie ad aggiungere: “questi uomini cantano bene, ma senza calore e passione, e si rivelano i più noiosi attori del mondo. Perdono la voce molto presto e diventano disgustosamente grassi”.
Ecco dunque che cominciarono, a partire dalla metà del Settecento, i primi dubbi sulla castrazione. Non era solamente una questione etica, o meglio lo era in minima parte. Nelle chiese iniziarono ad esibirsi anche le donne, anche se la Chiesa ufficialmente non le permetteva. I castrati dovettero fronteggiare una nuova concorrenza.
Nel corso del XVIII secolo la lotta tra castrati e vedettes femminili fu aspra, ma alla fine vinsero queste ultime.
Eppure la moda dei cantori eunuchi non tramontò definitivamente. Napoleone teneva sempre con sé il sopranista Crescentini. Rossini scrisse numerose opere per il suo castrato preferito, Giovanni Battista Velluti. Nel 1901 Alessandro Moreschi, l’ultimo grande della sua stirpe artistica, registrò un disco.
La fortuna, e insieme la rovina dei castrati, fu la loro (naturale) ambiguità. In un secolo ricercato come quello secentesco e soprattutto nella prima parte del Settecento, col trionfo del barocco e più ancora del rococò, i cantori castrati erano delle star incontrastate in una società frivola, civettuola e perennemente ambigua. Le liaison extraconiugali la facevano da padrone, così come la moda del cicisbeo. In una struttura gerarchica molto rarefatta trovavano posto questi uomini rimasti bambini senza sessualità. Avevano anche un grande successo tra le donne di corte, attratte più che altro dalla curiosità nei loro confronti. E’emblematico il fatto che i maggiori cantori castrati erano circondati da ammiratrici, e non da ammiratori.
Sulla loro sessualità di è dibattuto molto, e il tema è certamente difficile da approfondire. Ci basti osservare che difficilmente questi artisti dimostravano interesse per qualcuno o per qualcuna. La loro attenzione andava soprattutto alle cose materiali, quelle per cui lavoravano e per le quali mettevano a disposizione le loro capacità. Nei secoli (Seicento e Settecento) in cui si guardavano le apparenze in modo quasi ossessivo, i castrati ambivano al denaro e al prestigio. Per loro, privati sin da bambini della loro innata sessualità, non c’era spazio per il sentimento.
Ed è proprio nell’età della riscoperta dei sentimenti, quella neoclassica e preromantica, che questa moda va in crisi e lentamente si dissolve.

















