Lo Zero, il caccia dei Giapponesi
Lo Zero, il caccia dei Giapponesi

Per gli Americani fu un incubo fino a quando arrivò l’Hellcat, il Gatto dell’Inferno degli Yankees.
A lungo gli furono attribuite abilità incredibili, in gran parte immaginarie. Però indubbiamente fu un caccia che rivoluzionò il concetto stesso di aereo militare grazie alla sua eccezionale manovrabilità e altrettanto eccezionale autonomia. Non particolarmente robusto (anzi, era fragile come un grissino e infiammabile come uno zolfanello), né dotato di grande potenza di fuoco, era però l’essenza stessa del guerriero giapponese. Era davvero il samurai del cielo.

Lo Zero fu concepito per mandare in pensione il Mitsubishi A5M (codice alleato: Claude), che ancora alla fine degli anni Trenta era il caccia-tipo imbarcato sulle portaerei giapponesi. Era un monoplano a carrello fisso armato di due sole mitragliatrici da 7,7 millimetri; la velocità massima era bassa, 435 chilometri orari; autonomia anch’essa piuttosto scarsa, 1.200 chilometri. La Marina Imperiale voleva che dalle proprie portaerei decollassero dei caccia molto diversi.
Anzitutto, che raggiungessero una velocità di 500 km/h; poi, con un’autonomia di almeno 1.600 km. In più l’esercito del Sol Levante avrebbe gradito una potenza di fuoco garantita da due cannoni e da due mitragliatrici. Dulcis in fundo, capaci di salire in quota a 3.000 metri in tre minuti e mezzo.
La richiesta ufficiale di queste specifiche (codice 12-Shi) venne stilata presso lo Stato Maggiore il 19 maggio 1937 e inviata congiuntamente alla Mitsubishi e alla Nakajima. Quest’ultima industria gettò subito la spugna: troppo difficile soddisfare quelle richieste. Quelli della Mitsubishi, invece, diretti dall’ingegnere Jiro Horikoshi, accettarono la sfida.
Effettivamente le pretese erano davvero ambiziosissime. E’vero che nel ’36 un prototipo inglese aveva volato a oltre 560 km/h, ma la RAF non aveva mai chiesto l’utopistica autonomia di oltre 1.600 km. Quell’aereo verrà poi effettivamente realizzato dai Britannici, e prenderà il nome di Spitfire.
Però il Giappone, potenza prettamente marittima, aveva ragione a pretendere una autonomia importante al fine di conquistare e proteggere le varie isole del Pacifico. Ma autonomia straordinaria significava trasporto straordinario di carburante, quindi eccesso di peso, scarsa manovrabilità e limitata velocità di cablata, cioè il contrario di quello che chiedeva la Marina. Horikoshi riuscì a risolvere i problemi mettendo a punto un caccia dalla struttura leggerissima e garantendo una super-autonomia a condizione di mantenere una velocità di crociera molto ridotta, 240 km/h. In tal modo si poteva ragionevolmente contenere anche il carico di carburante e quindi arrivare alla manovrabilità richiesta.

Il prototipo dello Zero fu pronto a Nagoya il 16 marzo del ’39. Era un velivolo di bell’aspetto, dalla linea semplice, elegante e pulita. Montava un motore Mitsubishi MK2 Zuisei 13 di appena 780 cavalli ma di modesto peso e diametro. Un collaudatore, Katsuko Shima, lo portò in cielo per la prima volta sulla base navale di Kagamigahara il 1° aprile, spingendolo fino a 510 chilometri all’ora. A parte qualche logica vibrazione nelle strutture di coda Shima lo trovò splendidamente manovrabile: docile e pronto ai comandi come nessun altro caccia, facilissimo da pilotare e da controllare anche nelle acrobazie più ardite.
Successo, quindi, garantito. Il prototipo divenne omologato con la sigla Mitsubishi A6M1 e poté partire la produzione.
Lo Zero aveva un’apertura alare di 12 metri spaccati, lunghezza 9,06; peso a vuoto di 1.652 chilogrammi e a pieno carico di 2.343. La sua autonomia specifica era di 1.820 chilometri, un’enormità. Effettivamente era un aereo militare da sogno.
Però i Giapponesi non contavano i difetti. Che, purtroppo per loro, c’erano eccome. Anzitutto, la fragilità: non aveva neanche un velo di corazzatura. Non era capace di raggiungere una buona velocità di fuga, a differenza dei suoi omologhi britannici e tedeschi. Inoltre lo Zero non lasciava spazi a miglioramenti sostanziali: era nato così e così doveva rimanere per sempre.

Questi problemi, fino al 1943, non vennero mai a galla. Il battesimo di fuoco vide gli Zero in azione su Chungking il 13 settembre del 1940. Nei cieli della popolosa città cinese le squadriglie giapponesi comandate dal tenente Saburo Shindo annientarono gli avversari russi, i Polikarpov I-15 e I-16 (i celebri Rata della guerra di Spagna). Flottiglia russa spazzata via e nessuna perdita per il Sol Levante. Ripetiamo: nessuna. La notizia fece il giro del mondo.
Da quel momento i cieli dell’Estremo Oriente divennero proprietà esclusiva degli Zero.
La medesima sorte la seguirono anche i celeberrimi caccia Curtiss P-40 Warhawks dei volontari del generale Clair Chennault, noti come Tigri Volanti Americane. Quella flottiglia era composta dai migliori piloti in circolazione tra gli Yankees. Il loro albo d’oro recitava 286 vittorie e 26 sconfitte alla fine della carriera. Ebbene, le sconfitte furono contro gli Zero, come ammisero solo in seguito gli Americani, gelosi della potenza aerea giapponese.
Sulla carta, non c’era proprio partita. Gli Zero, di nuovissima concezione, avevano una manovrabilità incomparabilmente superiore a quella dei Curtiss, ormai superati. A parità di abilità dei piloti, non ci fu davvero storia. E l’abilità dei piloti giapponesi, comunque, era in generale molto alta, pari a quella degli Americani e inferiore solo a quella dei Britannici.

Il 7 dicembre 1941, la mattina di Pearl Harbor, furono 79 gli Zero che fornirono la scorta ai 131 bombardieri Aichi D32 (codice alleato: Val) e ai 143 bombardieri Nakajima B6N Tenzan (codice alleato: Jill) che distrussero la grande base americana dove riposava nella rada la Flotta del Pacifico. Anche gli Zero entrarono nella “festa” mitragliando all’impazzata i ponti delle navi, la darsena, gli arsenali e il campo dell’aviazione.
Gli Americani, riavutisi dalla sorpresa, provarono a ribattere mandando in aria i loro caccia. I Curtiss P-40 vennero travolti e crivellati, mentre i più moderni Wildcats furono fulminati dopo un brevissimo scambio di fuoco.

Nei primi mesi di guerra, dunque, gli Zero dominarono incontrastati i cieli sull’immenso arco che andava dalle Aleutine alla Malesia e che si spingeva sino all’India e alla Nuova Zelanda. Erano onnipresenti. Decollavano dalle portaerei della Marina Imperiale oppure dalle tantissime piccole basi terrestri che le truppe del Sol Levante avevano conquistato nello scacchiere del Pacifico. Nel maggio del ’42, gli Zero si misurarono per la prima volta ad armi pari contro gli Hellcats nel Mar dei Coralli facendone strage.
Un mese più tardi, però, nella battaglia-chiave delle Midway, il loro mito cominciò a scricchiolare. Gl’Americani persero 178 aerei (due terzi dei quali abbattuto dagli Zero), ma i Giapponesi si videro falcidiati con 332 velivoli distrutti. Cos’era accaduto?
Primo: il Giappone, molto più povero di uomini rispetto agli Stati Uniti, stava pagando un prezzo altissimo in termini umani. Quindi, anche sotto il profilo della aeronautica militare, non poteva permettersi di addestrare a fondo i piloti prima di mandarli a combattere. E quei caccia, pur essendo facili da manovrare, richiedevano pur sempre delle mani esperte.
Secondo: gli Hellcats erano più lenti ma più robusti.

Dopo la battaglia delle Midway gli Yankees “rapirono” sull’isola Aktan, nelle Aleutine, uno Zero caduto nel corso del conflitto a fuoco. Il pilota, il tenente Tadayoshi Koga, era morto per la rottura della spina dorsale e aveva tentato un atterraggio di fortuna andando a finire proprio tra le braccia degli avversari. Quell’aereo venne subito trasferito in un hangar dove venne studiato a fondo e in gran parte demistificato. Fermo restando il principio della sua innegabile facilità di manovra, tutto il resto era inferiore. Almeno, ciò è quello che pensarono (o finsero di pensare) gli Americani.
I Giapponesi, dal canto loro, pensarono di modificare un po’ la struttura degli Zero con un nuovo modello, l’A6M3, che fece la sua apparizione in Nuova Guinea nel settembre del ’42. Gli Americani, addirittura, lo scambiarono per un altro tipo di caccia. L’apertura alare era ridotta di un metro e sembrava più robusto dell’originale. In realtà cambiava poco o niente. Era effettivamente un poco più pesante, 1.807 kg. a vuoto e 2.544 a pieno carico. Raggiungeva una velocità leggermente più alta: 549 km/h. Però perdeva leggermente in termini di manovrabilità e leggerezza.
Il miglioramento parve portare benefici. In uno scontro a fuoco sui cieli di Bouganville gli Zero freschi di restyling inflissero una sonora batosta ai Corsairs americani. Questi erano dei caccia superlativi, gli ultimi di fabbricazione statunitense, capaci di raggiungere i 700 km/h e con una robustezza a tutta prova. Siccome i piloti di quei nuovi aerei non avevano mai combattuto contro i “colleghi” giapponesi, non conoscevano il loro stile. Quando si videro sfrecciare come delle mosche impazzite quei dardi nipponici andarono in panico. Tuttavia, dopo una settimana di scontri, le cose cambiarono.
I piloti giapponesi effettivamente erano inferiori rispetto agli Americani, in quel frangente. Una volta interpretata la tattica e scovati difetti degli Zero, i Corsairs ne presero le misure. Tuttavia, la battaglia tra i due caccia era sempre molto equilibrata. A sconvolgere l’equilibrio arrivarono i tenuissimi Hellcats, i Gatti dell’Inferno.
Questi erano dei caccia molto più tozzi e goffi dei Corsairs, dotati di 6 mitragliatrici. Non particolarmente manovrabili, erano però quasi impossibili da abbattere con pochi colpi, al contrario degli Zero. Gli Hellcats fecero il loro esordio nei cieli delle Marshall. Quando li videro, gli ufficiali di Marina del Sol Levante, chinarono la testa ormai rassegnati. Quei caccia erano troppo più forti dei loro. In più quegli aerei raggiungevano una bella velocità di punta rispetto al loro peso e soprattutto erano guidati da gente che aveva vissuto in aria buona parte della loro vita. A differenza, appunto, dei Nipponici.

I tecnici giapponesi provarono a mettere sugli Zero due mitragliatrici in più, ma così venivano snaturati nelle loro caratteristiche migliori, cioè manovrabilità e leggerezza. E poi ormai quei caccia venivano pilotati da novellini coraggiosi come dei leoni, fanatici come solo i Giapponesi sanno essere, ma totalmente inesperti. Cadevano quasi sempre nelle trappole dei Gatti dell’Inferno dove venivano circondati dalle squadriglie nemiche e falciati come le messi al sole.
Nella battaglia delle Marianne calarono a picco 26 caccia yankees e 366 giapponesi. A Leyte il rapporto fu simile: 131 a 391.
Il 25 ottobre del ’44 furono proprio due Zero a dare inizio all’epopea dei kamikaze. Ogni caccia portava sotto la fusoliera una bomba da 250 chili. Bilancio: una portaerei affondata e tre danneggiate.
Dopo quell’esordio, fu una via crucis di morti volontarie. Gli Zero servirono per dare ai piloti una degna sepoltura perché morirono felici di dare la vita per il loro paese: una concezione che nella nostra civiltà occidentale è considerata fanatica, ma che per gli Orientali è totalmente accettabile.

L’ultima serie degli Zero cercò di colmare il gap con gli Hellcats, ma non riuscì neppure a entrare nel conflitto.
Sebbene irrimediabilmente vetusto, battuto praticamente sempre, ormai considerato sorpassato, il simbolo della potenza aerea nipponica rimase un’icona, non solo per il Sol Levante. Spesso ci si chiede se il destino giapponese sarebbe stato lo stesso se avesse potuto avere lo stesso bacino di uomini degli Stati Uniti. Probabilmente no, ma non è un ragionamento realistico. Certo, se i piloti USA avessero pilotato gli Zero questi avrebbero vinto contro squadriglie di Hellcats pilotati da Giapponesi.