Gilbert La Fayette
Gilbert La Fayette

A dire il vero l’ambasciatore aveva le sue buone ragioni per preoccuparsi: quel La Fayette era suo nipote. In più era uno scavezzacollo di vent’anni: l’impresa di cercare fortuna nelle Tredici Colonie era davvero rischiosissima.
Lui, il ventenne, era partito a bordo di un veliero chiamato Victoire, pagato di tasca propria. La traversata dell’oceano era stata piuttosto difficile: per quasi tutto il tempo soffrì come un dannato di mal di mare. Ad aggiungere difficoltà a difficoltà, il fatto che masticasse malissimo la lingua britannica.
Era nato nel 1757 nel castello di famiglia, in Alvernia. I La Fayette erano una stirpe nobile anche se non ricchissima, tipicamente “di cappa e spada”. Quasi tutti i componenti maschi avevano servito nell’esercito, e quasi tutti eran morti in battaglia. Suo padre, per esempio, era stato spazzato via da una palla di cannone a Minden mentre guidava i suoi granatieri contro gli Anglo-Prussiani nella Guerra dei Sette Anni.
Il giovane Gilbert La Fayette venne allevato da una schiera di donne: la madre, la nonna, una zia zitella, una zia vedova, una cugina. Rapporti con il padre: zero. A 13 anni perse la madre e subito dopo il nonno materno, con cui aveva un rapporto filiale: tuttavia, gli rimase di lui una ricca eredità di 120.000 livree annue, una rendita degna di un principe. Per le casse della famiglia, piuttosto disastrate, erano manna dal cielo.
La Fayette, con quel denaro, poteva aspirare ad un bel matrimonio. Infatti lo ottenne con Adrienne de Noailles, secondogenita del duca di Ayen, uno dei più illustri nobili di Francia. Il clan della ragazza, inoltre, spadroneggiava nell’esercito, alla Corte e anche in politica. Gli affari di stato erano affari di famiglia e chiunque entrava nel loro “giro” poteva aspirare alle massime cariche. Purchè, naturalmente, filasse dritto. Ecco, il giovane Gilbert di quello non voleva sentir parlare.
Fisicamente era alto, slanciato, con i capelli castani: però era anche goffo a dismisura, cavalcava malissimo e ballava peggio. Durante una danza di corte, la quadriglia, aveva suscitato le risate nientemeno che della regina Maria Antonietta.
Quanto queste risate abbiano avuto un peso sui suoi propositi di emigrare in America, non si sa. Però crediamo che l’abbiano avuto eccome. Inoltre, come molti nobili annoiati di quell’epoca aveva voglia di sperimentare e vedere posti nuovi: per questo scelse di scappare dalla sedentarietà della provincia francese. Era il periodo in cui questi spiriti inquieti, come lo era La Fayette, leggevano Rousseau e Voltaire, ammiravano gli ideali democratici e gli insorti americani.
Proprio in quel periodo Benjamin Franklin era arrivato a Parigi per propagare le idee di libertà del suo paese e soprattutto per cercare alleati. I due amici più cari di La Fayette, suo cognato Louis de Noailles e il conte Charles de Sègur, avrebbero voluto anch’essi partire per le Tredici Colonie, ma non poteva chiedere i soldi ai genitori per partire. Gilbert, invece, era economicamente autonomo e quindi poteva permetterselo.

La partenza avvenne in clima romanzesco. La moglie non ne sapeva nulla. Eppure da tempo era in contatto con degli emissari americani che gli avevano proposto un grado nell’esercito, e anche piuttosto alto: maggior-generale. Lui, che era appena capitano nell’armata francese, ne fu lusingato. L’esercito americano, raccogliticcio e formato perlopiù da gente che non aveva neanche idea di come caricare un fucile a pallettoni, cercava chiunque avesse un minimo di esperienza militare.
La Fayette, dunque, aveva già gli indirizzi giusti. Proprio al momento della partenza, però, qualcuno fece la spia perché gli arrivò direttamente dal re l’ordine di non lasciare la Francia. Lui ubbidì, convinto di poter ritentare dopo aver fatto passare un po’ di tempo.
Tuttavia, il sovrano francese ci era andato giù duro: aveva spiccato nei suoi confronti una di quelle lettres de cachet che significavano incarcerazione immediata e senza processo. L’arbitrarietà e l’ingiustizia dell’azione risvegliarono in lui il suo animo di ribelle. Travestito, sfuggì alla polizia e raggiunse alcuni compagni che si imbarcavano segretamente con una nave da un porto ignoto. Stavolta l’avventura cominciava davvero.

L’accoglienza in terra americana fu calorosissima. La Fayette annunciò di voler rinunziare allo stipendio militare. Più tardi avrebbe addirittura organizzato delle truppe a sue spese. Alla rivoluzione ci credeva per davvero. Ricevuto da Washington, ne rimase soggiogato: “Nessun re è così regale”. In effetti il grande statista americano possedeva una fermezza, una decisione, una calma sicurezza che contagiava e convinceva tutti a seguirlo. Forse in lui vide anche quella figura paterna che non aveva mai avuto nella sua vita.
Al primo scontro bellico, a Brandywine, venne ferito ad una gamba. Poi partecipò alla campagna di Valley Forge, in pieno inverno, alla guida di 3.000 sbandati alloggiando in una baracca di legno sepolta nella neve. Patì il gelo, la fame e le continue diserzioni di soldati non più disposti a fare quella vita per un’ideale.
Nel frattempo, in Francia, Luigi XVI aveva deciso di parteggiare ufficialmente per gli insorti. La scelta fu abbastanza facile, visto che nel dicembre del 1777 il disgraziato generale britannico Burgoyne venne sconfitto sonoramente. Nella primavera dell’anno dopo, il 1778, una squadra navale francese agli ordini dell’ammiraglio D’Estaing arrivava alla foce del fiume Delaware. Sulla nave ammiraglia salì proprio La Fayette, non senza qualche timore: era pur sempre un ufficiale ribelle al suo re. Timore che si diradò subito quando venne accolto come un eroe. Appese che Parigi parlava delle sue gesta e lo glorificava. Il clan dei Noailles, prima contrario alla sua partenza, ora portava il suo nome come una bandiera da esibire. Potenza della fama.

Fu questa sua crescente popolarità a convincere Washington a rimandarlo in Francia nel ’79 per ottenere nuove truppe. Il Congresso americano gli accordò un congedo accompagnato da felicitazioni pubbliche e gli mise a disposizione una nave dal nome significativo: l’Alliance.
Parigi salutò il ritorno di La Fayette in modo trionfale. Gli uomini politici lo salutavano come vecchi amici, le nobildonne se lo contendevano. Il suo soprannome: Eroe dei Due Mondi. Qualche anno più tardi un nostro connazionale ebbe l’onore di poter sentirsi chiamare così.
Il re, per salvare la forma, gli assegnò dieci giorni di arresti di rigore da scontarsi nel palazzo dei Noailles per la sua antica disobbedienza. La Fayette non protestò perché un po’ di riposo gli serviva. La moglie lo riaccolse nel suo letto e il frutto del loro amore ritrovato si tradusse in un maschio, battezzato George Washington de La Fayette.

Nella primavera dell’80 Gilbert tornava in America. Aveva ottenuto parecchio: 15.000 fucili, munizioni a volontà e la promessa di un corpo di armata addestrato agli ordini del conte di Rochambeau. In realtà quell’armata avrebbe voluto comandarla lui di persona, ma Washington lo voleva vicino a lui. In più Rochambeau non voleva avere a che fare con “quel ragazzino”. Termine abbastanza disonorevole e, in verità, immeritato vista la carriera di La Fayette. Il quale, però, mandò giù perché così gli impose Washington.
L’altro che si permetteva di chiamarlo “Boy” era il generale inglese Cornwallis che lo riteneva un inetto. Diceva sempre ai suoi soldati: “Quel ragazzino non può sfuggirmi”: come fosse una questione personale. Il ragazzino però lo trasse in inganno più volte durante gli scontri in Virginia costringendolo ad una serie di ritirate e azioni di guerriglia atte a sfiancare le truppe inglesi, più numerose ma non abituate a quel genere di scontri. La Fayette andò avanti qualche mese a giocare al gatto col topo, poi finalmente arrivarono i rinforzi e potè battere Cornwallis sul campo.
Il 19 ottobre del 1781 a Yorktown il generale britannico firmava la resa. Washington e La Fayette avevano vinto. Sebbene le ostilità si trascinarono ancora per qualche settimana, non vi furono più battaglie di rilievo. Qualche sacca di resistenza lealista, cioè di leali al re d’Inghilterra, c’era ancora, ma era poca roba. Gli Americani avevano ottenuto l’indipendenza.

La Fayette rientrò in patria come un eroe vittorioso. L’esperienza americana gli aveva insegnato le riforme e la democrazia. Nel suo studio teneva appesa una copia della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Accanto ad essa, una cornice vuota: serviva per contenere la futura Dichiarazione francese dei medesimi diritti.
Intanto migliorava le condizioni dei suoi fittavoli, lavorava per l’abolizione della schiavitù e per l’instaurazione della libertà di religione. In un anno di carestia, il suo intendente gli mostrò con orgoglio le riserve di grano che era riuscito a mettere da parte dicendogli con soddisfazione: “E’il momento di venderle, signor marchese”. E La Fayette: “No, è il momento di donarle”. E le fece distribuire ai suoi contadini.

Gilbert tornò protagonista nel maggio del 1789. La Francia aveva radunato gli Stati Generali a Versailles. Lui occupava il ruolo di deputato della sua regione, l’Alvernia, e del suo dipartimento, il Riom. Il 15 luglio divenne comandante della Guardia Nazionale di Parigi, ed è lui che le assegnò come distintivo la celeberrima coccarda bianca-rossa-azzurra (bianco colore della casa reale, rosso e azzurro colori di Parigi). Da quella coccarda nascerà la bandiera francese.
Il 5 ottobre venne mandato a Versailles per sollecitare dal re il ritiro delle truppe, ammassate nella cittadina per intimorire i deputati dell’Assemblea Nazionale. La corte del re lo accolse con gelida indifferenza. Le sue idee progressiste e democratiche erano più che note. Qualcuno, quando lo vede mormorò: “Ecco Cromwell”. La Fayette, che aveva un orecchio fine, rispose: “Cromwell non sarebbe venuto da solo”.
L’indomani la regina si affacciò al balcone davanti alla folla di Versailles: accanto a lei, in ombra, c’era lui, La Fayette. La sua popolarità riuscì a far dimenticare il profilo odiato di Maria Antonietta, la detestata austriaca. Addirittura, per calmare ulteriormente gli animi, si inchinò a lei e le baciò la mano. A quel punto scoppiarono gli applausi e la tensione del popolo venne meno.
Nel tragitto da Versailles a Parigi lui cavalcò sempre a fianco della portiera del calesse della regina: la quale, però, stupida com’era, non le fu mai grata di quella coraggiosa protezione.

La Fayette rimase comunque sempre devoto ai reali di Francia. Era essenzialmente un moderato, anche se intriso di cultura illuminista. La sua posizione abbastanza altalenante gli attirò le antipatie dei radicali e dei monarchici. I due campi contrapposti lo vedevano entrambi come un nemico.
Luigi XVI, che al contrario della regina lo amava, lo mise a capo delle truppe regolari di Parigi. Quella carica la mantenne per due anni, assicurando un ordine pubblico che ogni giorno diventava sempre più ingestibile.
Fino alla fuga dei sovrani, la situazione si mantenne elettrica ma stabile. Poi quella malsana idea di scappare fece precipitare tutto. La Fayette in quel momento decise di abbandonarli definitivamente. Però volle dirlo in faccia a Luigi, come era abituato a fare: “Sire, vostra maestà conosce il mio attaccamento: ma non vi ho mai nascosto che se separate la vostra causa da quella del popolo, io sarò dalla parte del popolo”.
Allo scoppio della guerra contro la coalizione anti-francese, gli venne affidato il comando di una armata: riuscì, come al solito, a organizzarla a puntino e a dotarla di quell’artiglieria montata che si rivelerà poi utilissima a Napoleone.
A Parigi, frattanto, gli avvenimenti precipitavano: la folla invadeva le Tuleries e la rivoluzione cominciava a prendere il volto di Robespierre.
Quando La Fayette tornò a Parigi si schierò di nuovo dalla parte del re: lo chiamarono traditore, scellerato, nemico della patria. Dal canto suo, Maria Antonietta se ne uscì con l’ennesima frase da dimenticare: “Meglio morire che essere salvati da La Fayette e dai costituzionali”. Verrà accontentata.

Il cittadino La Fayette, finalmente, decideva di abbandonare la causa dei reali e di tornare in America. Purtroppo, però, alcune truppe austriache riuscirono a catturarlo e portarlo ai Prussiani. Nonostante le pressioni di Washington, rimase prigioniero a Magdeburgo sino al 1795. La coalizione antifrancese e gli emigrati antirivoluzionari lo odiavano più di Marat, Robespierre e Danton, perché lo vedevano come un nobiluomo traditore.
La liberazione arrivò solo dopo la caduta di Robespierre e il calmarsi della situazione a Parigi, nel 1797. I Prussiani lo ripassarono agli Austriaci che però lo rimandarono in galera, a Olmutz in Moravia, dove lo raggiunsero la moglie e le figlie, mentre il giovane George Washington, il maschio, riusciva a raggiungere l’America per conoscere colui che aveva ispirato il suo nome.
Solo con la pace di Campoformio Napoleone decise di liberare l’Eroe dei Due Mondi. La Fayette e la sua famiglia vennero consegnati al console degli Stati Uniti ad Amburgo come cittadini americani. Alla fine del 1799, Gilbert rivide la patria.

Con Bonaparte non ci fu intesa. In piena bagarre da instaurazione di potere, Napoleone non voleva personalità forti a minacciarlo e La Fayette era ancora popolarissimo in Francia. Lui capì l’antifona e decise di rimanere appartato il più possibile dalla vita pubblica. Fino al 1814 vegetò nella sua tenuta di campagna in una solitudine che venne aggravata dalla morte della moglie Adrienne. Ma quando la patria si trovò in estremo pericolo, proprio nel 1814, fu lui stesso ad esortare il figlio e i suoi contadini ad arruolarsi nell’esercito di Napoleone. Poi, quando venne a sapere che le truppe straniere avevano vinto e stavano sfilando in parata per le vie di Parigi, si ritirò in una stanza a piangere come un bambino.

Durante i Cento Giorni divenne vicepresidente della Camera. Napoleone, che nella stretta del pericolo cercò di ostentare delle idee democratiche, volle incontrare La Fayette: “Sono dodici anni che non ho il piacere di vedervi”, disse con il tono falso di chi vorrebbe scusarsi ma si morde le labbra. La replica di Gilbert fu gelidamente fantastica: “Sì, sire, sono esattamente dodici anni”.

Dopo la caduta di Bonaparte, La Fayette rimase sempre un oppositore della Santa Alleanza, un punto di riferimento per i movimenti clandestini che si andavano formando mentre il governo francese accentuava la carica reazionaria. Non riuscì però a stare ancora lontano dall’America, dove finalmente fece ritorno nel 1824. L’ex presidente Jefferson lo salutò come “il decano dei soldati della libertà del mondo”.
Nel 1830 eccolo di nuovo in Francia, scossa da una ventata di rivoluzione. La Fayette divenne comandante della guardia nazionale. Sainte-Beuve, che lo conobbe in quel periodo, scrisse: “Nessuno in quel tempo fu più giovane del generale La Fayette”. Sì, perché il duca di Orleans, Luigi Filippo, gli parve sulle prime corrispondere al profilo di un re libertario e democratico. Fu proprio Gilbert La Fayette a mettere nelle mani del novello sovrano la bandiera tricolore.
Le illusioni non durarono per molto. Sotto l’apparenza borghese e progressista, Luigi Filippo conservava il cinismo degli Orleans. Gilbert lo capì quasi subito e si dimise dalla carica. Da quel momento divenne uno dei suoi oppositori più pugnaci.

Morì il 20 maggio del 1834, nel suo appartamento di Parigi. Nel suo ultimo discorso alla Camera, qualche mese prima, aveva dichiarato: “Il vero repubblicanesimo è la sovranità del popolo. Vi sono dei naturali ed imprescindibili diritti che un’intera nazione non ha diritto di violare”.
Il suo corpo riposa accanto alla moglie nel cimitero di Picpus, nel cuore di un quartiere popolare di Parigi.
L’Eroe dei Due Mondi è ancora lui, in Francia e in America.