Scena di caccia in un dipinto di Annibale Carracci
Scena di caccia in un dipinto di Annibale Carracci

Nell’antichità l’uomo cacciava per procurarsi cibo: l’animale era al tempo stesso preda, fonte di vita e divinità. Spesso, poi, i giovani della tribù dovevano dare prova di abilità e coraggio sfidando una bestia feroce, catturandola e infine uccidendola. Allo stesso modo che in una guerra, dove i nemici imparano a conoscersi e rispettarsi, l’uomo preistorico iniziò a conoscere e rispettare la natura con cui doveva confrontarsi ogni giorno della sua breve vita.
E’vero, quindi, che “l’uomo è cacciatore”, perché effettivamente nasce per cacciare e procurarsi il cibo necessario alla sopravvivenza. Solo in seguito questa attività diventa meno indispensabile, sino a tramutarsi nella “nobile” arte venatoria, sempre oggetto di discussioni etiche.
Questo cambio di mentalità avvenne, al contrario di quello che si potrebbe pensare, non come attività ludica dei nobili, ma come addestramento alla guerra. Così successe, ad esempio, in Egitto, dove il privilegio della caccia era riservato al ceto più elevato e ai guerrieri del faraone, i quali dovevano imparare ad uccidere prima gli animali e poi gli uomini. Proprio nella terra delle piramidi la caccia divenne un vero e proprio rito, con una propria etichetta da seguire sempre pedissequamente. Il faraone Tutmosi III in un solo giorno uccise più di 120 elefanti (almeno così raccontano i suoi biografi). Amenofi invece preferiva la caccia ai tori selvatici del delta del Nilo. Ramsete III fece eternare le sue imprese venatorie sulle mura del tempio di Medinet Habu. Come si evince, l’Egitto a quell’epoca era pieno di specie animali atte ad essere cacciate: struzzi, ippopotami, leopardi, addirittura cervi e stambecchi sulle alture. La caccia come passatempo e al contempo addestramento nobiliare nacque proprio tra i faraoni.
Nello stesso periodo storico degli Egizi, anche gli Assiri furono grandi cacciatori. Il più famoso di tutti fu indubbiamente Assurbanipal, che fece scolpire sulle pareti del suo splendido palazzo a Ninive le sue innumerevoli vittorie e prede catturate. Oltre ai leoni, che erano le bestie feroci più ricercate, andavano di moda gli elefanti, i bufali e le gazzelle (simboli di velocità e destrezza).
La caccia, in quell’epoca romantica, era praticamente a cavallo oppure su carri trainati mediante lancio di frecce o reti.

Ma la vera età dell’oro della caccia ebbe inizio con le civiltà mediterranee: quella greca e quella romana.
Sia in Grecia che a Roma l’attività venatoria non era riservata solamente ai ceti più importanti, ma la potevano praticare tutti gli uomini liberi. Ed infatti divenne popolarissima. La selvaggina non aveva padroni (a meno che non si cacciasse nella proprietà privata di qualcuno).
Nell’Impero Romano la caccia divenne anche fonte di approvvigionamento per i ludi circensi, gli spettacoli crudeli e splendidi allo stesso tempo che si tenevano negli anfiteatri di tutte le città romane, dove gli stessi imperatori entravano in lizza su carri trainati da cervi. Quegli show richiamavano migliaia di persone che si accalcavano sugli spalti proprio come oggi affollano le tribune degli stadi. Ecco quindi perché la caccia in quel momento diventa non più necessità ma si tramuta in hobby. Nel momento in cui nell’arena venivano lasciate libere le bestie feroci lo spirito venatorio cambiava radicalmente. Dapprima lo spettacolo cominciava con un combattimento all’ultimo sangue tra animali di specie diverse: tigri contro elefanti, leoni contro orsi, ippopotami contro coccodrilli. Poi proseguiva con i più famosi cacciatori che si esibivano uccidendo gli animali sopravvissuti. Infine entravano in competizione i gladiatori che fungevano da dessert e chiudevano in bellezza l’esibizione.

Con l’avvento del Cristianesimo, qualcosa cambiò. Nel 507 un sinodo di vescovi proibì la caccia ai membri del clero. Attenzione: non perché fosse crudele, ma perché venne ritenuta uno divertimento mondano inadatto ai sacerdoti. In realtà questo divieto veniva spesso ignorato dalla casta clericale, anche perché si stava entrando nel Medioevo, il periodo principe della caccia.
Con la decadenza delle città la campagna riprendeva la sua predominanza soprattutto in Europa e quindi la natura tornava sovrana. Boschi, foreste, paludi, brughiere, riconquistarono il dominio sulle strade e sulle arterie commerciali che avevano fatto la fortuna dell’Impero Romano. Le metropoli come Roma, Milano, Ravenna, Treviri, Lione, si atrofizzarono: la loro popolazione emigrava nelle campagne, protetta dai castelli e dai manieri dei feudatari. I barbari che dal IV secolo d.C. imperversavano ad Occidente puntavano soprattutto sulle città, dove si ammassava la grande ricchezza. Dopo secoli di razzie e predazioni queste si stavano sempre più riducendo a villaggi poveri e poco sicuri.
Il Medioevo, dunque, vede la vittoria della campagna sulla città. Ma quella campagna, essendo sempre più piena di selvaggina, doveva avere per forza un padrone. E chi se non il feudatario di turno? Colui che viveva nel castello, costruito sull’altura per essere maggiormente difendibile, proprietà privata di un conte, un duca o comunque un nobile di sangue germanico. La campagna circostante era cosa sua. Impossibile per i “plebei” cacciare. Il latifondista aveva l’esclusiva della caccia, e la praticava in modo estenuante: spesso per i cavalieri medievali era l’unico hobby di una vita dedicata alla guerra.
I nobili, essendo padroni della selvaggina, si nutrivano spesso di carne. I contadini, purtroppo per loro, non la vedevano praticamente mai: dovevano contentarsi di cereali, verdura e latticini. Questo diede origine ad una disparità gigantesca per quanto concerne la dieta. Ecco perché nel Medioevo essere grassi era uno status symbol, un indizio di ricchezza e di nobiltà. Con l’accesso alle calorie garantite dalla carne di diverse specie era facile ingrassare, quindi vivere di più e meglio (anche se spesso i nobili eccedevano e morivano di gotta da giovani). I poveri contadini, all’ombra del castello, facevano la fame.
Ma come si cacciava nel Medioevo? Non molto diversamente da quanto non lo si facesse al tempo di Ramsete o Assurbanipal. Si utilizzavano armi certamente più moderne come le lance, i giavellotti, le balestre e spesso i tridenti. Ma la tecnica era la stessa. Ci furono solamente piccole aggiunte dovute all’influenza araba-persiana: una su tutte la caccia col falcone. Un grande estimatore di questa “specialità” fu l’imperatore Federico II, ammiratore del mondo orientale, chiamato dai contemporanei “stupor mundi” per la sua immensa cultura e modernità. Scrisse un trattato, il De Arte Venandi cum Avibus, che è ancora una straordinaria testimonianza di ornitologia, etologia e indagine naturalistica.
La caccia con il falcone si diffuse rapidamente nel mondo germanico e ancora di più in quello anglosassone. Chi scrive ha visitato castelli in Inghilterra, Galles e Scozia vedendo con i suoi occhi quali animali aiutavano i cacciatori nella loro attività. Non solo falconi: gufi, sparvieri, falchetti e qualsiasi rapace vi venga in mente. Tutti i castelli, dal più piccolo al più grande, possedevano una falconeria: e spesso questa sezione era la più ricca e la più cara al castellano.
La migliore scuola di falconeria d’Europa, però, era nel villaggio di Falkenwerth, nelle Fiandre. Ancora nel secolo scorso l’attività in quella zona era molto fiorente e redditizia. I falconieri usciti da quella “università” dovevano essere davvero bravi perché venivano pagati a peso d’oro per catturare i rapaci di tutt’Europa, in particolare in Scandinavia, dove si annidavano le specie migliori. Quella più ricercata era addirittura stanziata in Islanda, il girifalco islandese (Falco rusticulus).

Le usanze feudali e i riti di corte condizionarono sempre la caccia, proprio come la condizionavano nell’antico Egitto e nella Mezzaluna fertile. L’araldica si ispirava agli animali feroci. I corpi delle bestie uccise venivano divisi in parti, chiamate “pezze” e “quarti”, tra le quali venivano scelte quelle più nobili come la testa, le spalle o le zampe.
La caccia diede origine anche a tantissime leggende anche di stampo “divino”. Ad esempio la mitologia nordica prevedeva l’esistenza dei Wilde Jagers, cioè i “cacciatori feroci”, esseri sovrumani benedetti a Odino e dagli dei scandinavi. Celebre poi la leggenda di Teodorico, il sovrano degli Ostrogoti, che per cacciare una splendida cerva partì a cavallo del suo destriero color della notte da Verona per arrivare sino in Sicilia: arrivato sull’isola di Lipari venne gettato nel cratere del vulcano e da lì raggiunse l’inferno dove l’attendevano naturalmente immensi patimenti.

La caccia dopo il Medioevo ebbe un periodo di appannamento in corrispondenza del Seicento e del Settecento, i secoli segnati prima dagli Spagnoli e poi dai Francesi. Riprese vigore dall’Ottocento grazie al revival medievalista intriso di romanticismo che vedeva nell’attività venatoria un’usanza del passato, quindi lontana dall’aridità di una società che stava diventando sempre più industrializzata e razionale.
L’aristocrazia, soprattutto quella dei paesi anglosassoni, riprese a praticare la caccia in modo quasi forsennato, diventando davvero uno sport vero e proprio, quindi un mero divertimento. In Italia questa passione rimase diffusa soprattutto in centro Italia, in particolare nella Maremma toscana.
Ed è proprio ciò che rimane oggi, nel Ventunesimo secolo, la caccia: una passione, uno sport, un divertimento che divide le coscienze e che viene periodicamente regolamentato in modo sempre diverso.